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FORUM DI SCIENZA SPIRITUALE CON ARGOMENTI SCIENTIFICO SPIRITUALI E DI ATTUALITA' CHE FANNO RIFERIMENTO A Rudolf Steiner e AGLI STUDI DI Enzo Nastati AGGIORNAMENTI 2017 sugli incontri con Enzo Nastati - visitare la sezione INCONTRI E PERCORSI BASE 2017 CON ENZO NASTATI
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      La legge del piano Astrale - la legge del Devachan - Rudolf Steiner

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    MessaggioTitolo: La legge del piano Astrale - la legge del Devachan - Rudolf Steiner    Gio Ago 01, 2013 12:36 pm

    LA LEGGE DEL PIANO ASTRALE

    LA LEGGE DEL DEVACHAN

    La conferenza di oggi si propone di trattare le condizioni che l’uomo deve osservare, se vuole sviluppare le forze e le facoltà dormienti in lui, e pervenire a compiere lui stesso l’esperienza dei Mondi Superiori ed osservarli.
    Negli articoli “Come conseguire le conoscenze dei Mondi Superiori?” [apparsi prima come articoli sulla rivista «Luzifer-Gnosis» e poi pubblicati come libro L’Iniziazione] si trova una descrizione di molte delle condizioni che l’uomo deve osservare per percorrere il sentiero della conoscenza e penetrare nei Mondi Superiori.
    Tuttavia quegli articoli non possono dare che dei dettagli, e se anche la loro estensione fosse tre o persino dieci volte piú grande, ci sarebbe sempre molto ancora da dire in proposito! Allo stesso modo è utile fornire dettagli complementari in quella direzione. Di volta in volta non si può chiarire l’argomento che partendo da un certo punto di vista, e ci si deve attenere al principio che ciò che si è guadagnato da un lato, richiede sempre di essere completato chiarendolo dall’altro. Oggi, ci proponiamo il còmpito di tratteggiare un certo aspetto delle condizioni di accesso ai Mondi Superiori, condizioni necessarie se si vuole percorrere il cammino della conoscenza.
    Ricorderete le indicazioni che vi ho fornito in occasione dell’interpretazione della Fiaba di Goethe. Riguardavano le differenti forze dell’anima di cui dispone l’uomo e
    il loro sviluppo: quindi il pensare in sé, il sentire in sé e il volere in sé: l’accrescimento di una delle forze essendo tributaria dell’accrescimento dell’altra. Occorre che l’uomo individui il giusto rapporto fra le tre forze attraverso il metodo degli esercizi: volere, sentire e pensare devono sempre svilupparsi nel giusto rapporto in vista della conoscenza dei diversi fini della Via spirituale. È infatti necessario, per un particolare scopo, che il volere si annulli e
    che per contro s’intensifichi il sentire; per un altro scopo, è il pensare che dovrà annullarsi, e per un altro ancora il sentire. Tutte queste forze dell’anima devono essere coltivate nella giusta proporzione per mezzo degli esercizi occulti. L’ascesa verso i Mondi Superiori dipende dallo sviluppo del pensare, del sentire e del volere. Si tratta come prima cosa di purificare il pensare. Ciò è necessario affinché il pensare non sia piú tributario delle osservazioni sensoriali emanate dal piano fisico. Tuttavia, non è il solo pensare, ma anche il sentire e il volere che possono diventare forze di conoscenza. Nella vita ordinaria, tali facoltà seguono percorsi diversificati. Simpatia e antipatia seguono modalità proprie a ciascun individuo, ma esse possono diventare forze di conoscenza. Questo può sembrare strano alla scienza attuale. Lo si ammette fa- Alfredo Chiàppori «Fiaba» Tav. XXI cilmente per il pensare, soprattutto per il pensare rappresentativo
    diretto all’osservazione sensoriale; ma come ammettere che negli uomini il sentire possa diventare una sorgente di conoscenza, vedendo quanto ogni individuo sia diverso nel modo in cui sente riguardo ad uno
    stesso oggetto? Come ammettere che una cosa cosí fluttuante, cosí subordinata alla personalità, possa divenire determinante per la conoscenza, possa essere disciplinata al punto da afferrare la sua essenza piú intima? Che il pensare lo possa, è facile da capire, ma di fronte a un oggetto che risveglia in noi un sentimento, comprendere che questo sentire possa esistere in noi senza che si esprima la simpatia o l’antipatia del tutto individuale, divenendo mezzo di espressione di ciò che l’oggetto ha di piú intimo, questo sembra difficile da credere.
    Che inoltre la forza del volere e del desiderare possa diventare mezzo di espressione per l’interiorità, ciò sembra addirittura frivolo.
    Ma cosí come il pensare può essere purificato, divenendo in tal modo oggettivo e capace di esprimere fatti del mondo sensibile come dei Mondi Superiori, cosí il sentire e il volere possono essere resi oggettivi. Ma comprendete bene: il sentire che esiste attualmente nella vita ordinaria, con il suo contenuto immediato, non saprebbe essere un mezzo di espressione di un Mondo Superiore: quel sentire ha qualcosa di personale. Gli esercizi occulti dati ai discepoli hanno lo scopo di coltivare il sentire, e anche di modificarlo e trasformarlo. Il sentire diviene in tal modo diverso da ciò che era prima, quando aveva ancora un carattere personale. Comunque non crediate che percorrendo il sentiero occulto e avendo acquisito un certo livello di sviluppo del sentire ci si possa esprimere alla guisa di un Iniziato: «Io ho davanti a me un’Entità, sento qualcosa di questa Entità», come se questo contenuto del sentire fosse una verità, una conoscenza. Il processo che trasforma il sentire per mezzo degli esercizi occulti ha un carattere molto piú intimo, piú interiore. Si esprime nel fatto che chi ha trasformato
    il proprio sentire con gli esercizi, accede alla conoscenza immaginativa, che gli rivela un contenuto spirituale sotto forma di simboli, espressione dei fatti e delle Entità presenti nel mondo astrale. Il sentire diventa
    altro, diventa immaginazione, facendo nascere nell’uomo alcune immagini che esprimono gli avvenimenti del mondo astrale. L’uomo non percepisce allo stesso modo in cui vede nel mondo fisico una rosa, con i suoi colori, ma percepisce immagini simboliche. Anche tutto ciò che viene presentato nella scienza occulta è percepito in
    immagini, come la croce nera ornata di rose. Tali simboli sono espressione di fatti precisi, cosí come ciò che vediamo nel mondo fisico corrisponde a una realtà fisica. Si sviluppa in tal modo il sentire, ma si conosce in forma immaginativa.
    Capita lo stesso con il volere. Quando si è pervenuti a un certo livello, acquisibile attraverso l’educazione del volere, non si dice di un’Entità che ci viene incontro: «Essa risveglia in me un potere di desiderio», ma quando
    il volere è trasformato, si comincia a percepire ciò che risuona nel Devachan.
    La percezione astrale immaginativa risulta dallo sviluppo del sentire. L’esperienza di ciò che si produce nel Devachan, ovvero la musica spirituale, l’armonia delle sfere che ci rivela la natura piú intima delle cose, deriva dallo sviluppo del volere. Allo stesso modo che coltivare il pensare conduce al primo grado, che è il pensiero oggettivo, coltivare il sentire ci fa accedere all’Immaginazione, che ci rivela un mondo nuovo. E allo stesso modo, coltivare il volere ci conduce all’Ispirazione, che ci rivela il mondo del Devachan inferiore. E infine, con l’Intuizione, è il mondo del Devachan Superiore che si apre all’uomo.
    Pertanto possiamo dire: elevandosi a un grado superiore dell’esistenza, l’uomo percepisce delle immagini, ma sono immagini di cui non ci serviamo piú come nostri pensieri, chiedendoci come esse corrispondano alla realtà. Sono immagini di oggetti, forme colorate di carattere simbolico, espressioni di Entità che l’uomo stesso deve decifrare. Nell’Ispirazione gli oggetti ci parlano, e non c’è bisogno di chiedere, di decifrare in concetti, ciò che sarebbe una trasposizione della teoria della conoscenza del piano fisico; è per contro la natura piú intima delle cose che ci parla. Quando un uomo ci viene incontro, rivelandoci il suo essere piú intimo, non è come trovarsi di fronte a una pietra. La pietra deve essere decifrata, essa ci chiede riflessione. Non è allo stesso modo che l’uomo si rivela a noi, ma con le sue parole; è con ciò che egli ci dice che si rivela a noi. Avviene lo stesso per l’Ispirazione. Essa non fa appello al pensiero concettuale, discorsivo, ma all’ascolto di ciò che le cose dicono, rivelando da sé la propria essenza. Non ha senso chiedersi: quando una persona muore, se la ritrovo nel Devachan la riconoscerò, sapendo che gli esseri nel Devachan hanno un aspetto diverso da quelli del piano fisico? Nel Devachan, un essere dice da sé di che genere egli sia – cosí come un uomo che non ci dicesse solamente
    il suo nome, ma lasciasse fluire il suo essere interiore – fluisce verso di noi attraverso la musica delle sfere, non ci si può sbagliare.
    Ora questo è un punto di riferimento per poter rispondere a una domanda. Le diverse esposizioni dei fatti riguardanti la Scienza dello Spirito inducono facilmente in errore e si potrebbe credere che il mondo fisico, il mondo astrale e quello del Devachan siano separati nello spazio. Ma noi sappiamo che là dove si trova il mondo fisico si trovano anche il mondo astrale e il Devachan: essi sono l’uno nell’altro. Ci si può allora chiedere: se i tre mondi sono confusi, come posso distinguerli allo stesso modo che nel mondo fisico, dove tutto si trova fianco a fianco? Se l’aldilà è inserito nell’aldiquà, come posso distinguere il mondo astrale dal Devachan? Ciò
    che permette di distinguerli risiede nel fatto che, quando ci si eleva dal mondo astrale al Devachan, la somma delle immagini e dei colori viene penetrata di suoni, e questo quanto piú ci si innalza. Quel che all’inizio era spiritualmente luminoso, diviene spiritualmente sonoro. Esiste ugualmente una differenza nel vissuto dei Mondi Superiori cosí come delle esperienze precise consentono a chi si eleva di riconoscere di quale mondo si tratti.
    Attualmente, noi distinguiamo le differenze tra il vissuto del mondo astrale e quello del Devachan non soltanto per il fatto che il mondo astrale viene riconosciuto attraverso l’Immaginazione e il Devachan attraverso l’Ispirazione, ma in ragione delle esperienze diverse fatte in quei mondi.
    ....
    Il tempo vissuto dall’uomo immediatamente dopo la morte, quel tempo del Kamaloka, come lo definisce la letteratura occulta, costituisce un’articolazione del mondo astrale. Che vuole dire essere nel Kamaloka?
    Abbiamo spesso tentato di spiegarlo. Ho fatto appello diverse volte all’esempio caratteristico del goloso avido del piacere che può procurargli il senso del gusto. Alla morte, il corpo fisico viene deposto e abbandonato, cosí come la maggior parte del corpo eterico, ma il corpo astrale è sempre presente, e l’uomo è in possesso delle proprietà e delle forze che racchiude tale corpo astrale durante la vita fisica. Queste non si modificano subito dopo la morte, ma soltanto progressivamente. Quel desiderio ardente di cibi delicati, quell’avidità per il piacere della tavola, sussistono dopo la morte, ma manca lo strumento per soddisfarle,
    poiché il corpo fisico e i suoi organi non ci sono piú. L’uomo deve rinunciare al piacere e prova un desiderio ardente per ciò di cui viene privato. È il caso di tutte le reali esperienze vissute nel Kamaloka, esperienze consistenti nel provare nel corpo astrale i desideri che non possono essere soddisfatti che nel mondo fisico.
    E mancando questo, l’uomo è costretto a precludersi la ricerca e il desiderio dei piaceri: è il tempo della disassuefazione. È solo quando ha estirpato i desideri dal suo corpo astrale, che l’uomo è liberato.
    Durante tutto il tempo del Kamaloka, vige nel corpo astrale ciò che si potrebbe chiamare la privazione: la privazione nelle sue forme, nelle sue sfumature e nelle sue piú varie differenziazioni. Allo stesso modo che la luce si differenzia nei toni rossi, gialli, verdi e blu, la privazione si differenzia nelle piú varie qualità,
    e questo marchio distintivo della privazione costituisce l’attributo dell’uomo nel Kamaloka. Ma il piano astrale non si limita al Kamaloka, è ben piú esteso. Pertanto, l’uomo che non ha vissuto che nel mondo fisico e che non ha conosciuto che il suo contenuto, non può, senza preparazione, fare l’esperienza delle altre parti del mondo astrale, sia dopo la morte che in altro modo. In ogni caso, egli non può fare l’esperienza del mondo astrale che attraverso la privazione.
    Colui che perviene ai Mondi Superiori e apprende che verrà privato di ogni cosa desiderata senza alcuna speranza di ottenerla, si rende conto di ciò che implica l’esperienza del mondo astrale. Persino l’uomo che conquistasse i mezzi occulti atti a lasciare il suo corpo ed accedere al mondo astrale, sarebbe comunque obbligato a passare per la privazione.
    Come è dunque possibile formarsi la conoscenza non soltanto della parte del mondo astrale in cui si manifesta la privazione, le fasi della privazione, ma anche della parte migliore del mondo astrale, in cui si esprime ciò che vi è di buono e di bene? L’uomo accede a quella parte del mondo astrale, sviluppando qualcosa di contrario al senso della privazione. I metodi che risvegliano nell’uomo ciò che è contrario al senso della privazione, che lo conducono all’altra parte del mondo astrale, sono le forze dell’abnegazione.
    Come la privazione, anche l’abnegazione può presentarsi con differenti sfumature. La minima
    abnegazione che riusciamo ad imporci, ci fa progredire di un passo nello sviluppo verso il lato buono del mondo astrale. La minima rinuncia è un’acquisizione importante per poter compiere l’esperienza del lato buono del mondo astrale. Ecco perché la tradizione occulta attribuisce tanta importanza al fatto che il discepolo si sottoponga a delle prove e si eserciti nella rinuncia. In tal modo gli si apre l’accesso al lato buono del mondo astrale.
    Cosa ne deriva? Pensiamo a chi è vissuto nel Kamaloka. Pensiamo a qualcuno che, attraverso la
    morte o in qualunque altro modo, lasci il suo corpo fisico, e al quale mancheranno gli strumenti del corpo fisico. Egli viene cosí privato di ogni mezzo ai fini di una qualunque soddisfazione. La privazione si instaura immediatamente in forma immaginativa nel mondo astrale. Appare allora ad esempio un pentagono o un cerchio rosso â. Nel campo visivo umano appare l’immagine corrispondente alla privazione, allo stesso modo che sul piano fisico un oggetto corrisponde alla
    rappresentazione che se ne ha. Allorquando si è animati da desideri grossolani, da bassi istinti, all’uomo che ha lasciato il proprio corpo si avvicinano immagini di bestie
    orribili. Queste bestie orribili sono il simbolo dei bassi istinti. Se per contro si è pervenuti all’abnegazione, nell’istante in cui, attraverso la morte o l’Iniziazione, si esce
    dal proprio corpo, il cerchio rosso si cancella, poiché il rosso si è impregnato del sentimento di abnegazione, e al suo posto appare un cerchio verde.
    ....
    Allo stesso modo, le forze dell’abnegazione faranno sparire le bestie, lasciando
    apparire al loro posto le forme nobili del mondo astrale. Cosí l’uomo deve innanzitutto trasformare nel suo contrario, attraverso le forze dell’abnegazione, attraverso
    la rinuncia, ciò che gli viene incontro oggettivamente: l’orribile bestia. L’abnegazione fa sorgere dalle profondità, come per magia, le reali forme del mondo astrale.
    Allo stesso modo, quando ci si slancia verso il mondo astrale animati da buone intenzioni, non bisogna credere che la partecipazione delle forze dell’anima non sia necessaria: senza di esse non si raggiungerebbe che una parte del mondo astrale. Occorre rinunciare ad ogni
    Immaginazione. Chi rinuncia, pratica l’abnegazione, ed è questa che fa sorgere come per magia la realtà effettiva del mondo astrale.
    Nel Devachan si dispone dell’Ispirazione. Anche nel Devachan bisogna distinguere quelle parti di cui l’uomo non può fare l’esperienza passiva, allorquando vi accede dopo la morte. Il Devachan non è stato ancora toccato nella stessa misura dal male, grazie ad alcune circostanze
    universali. Il mondo astrale comporta una parte terrificante del Kamaloka, ma il Devachan non ha nulla di simile. Non sarà che al livello planetario di Giove e di Venere che esso entrerà in decadenza, per via dell’utilizzazione della magia nera e di pratiche simili. Allora di certo si svilupperà una condizione simile a quella attuale del mondo astrale. Ma nel ciclo evolutivo attuale, nel Devachan le cose si svolgono differentemente.
    Che cosa incontra l’uomo che si eleva nel cammino della conoscenza, o semplicemente dopo la morte, quando dal mondo astrale va verso il Devachan? Quale esperienza fa nel Devachan? Egli sperimenta la felicità.
    Ciò che partendo dalle sfumature colorate si articola in suoni, rappresenta in ogni caso la felicità. Nel Devachan, allo stadio attuale dell’evoluzione, tutto è creazione, produzione e, quanto alla conoscenza, ascolto spirituale. Ogni produzione è felicità, ogni ascolto dell’armonia delle sfere è felicità. Nel Devachan l’uomo non prova che felicità, pura felicità. E allorquando l’uomo viene condotto nel Devachan, grazie alla raggiunta saggezza spirituale, dai Maestri dell’evoluzione umana, ovvero dai Maestri della Saggezza e dell’Armonia del Sentire, è felicità quella che egli prova.
    Accade lo stesso per l’uomo semplice che vi accede dopo la morte. È ciò che deve provare l’Iniziato quando raggiunge quel livello nel suo cammino della conoscenza. Ma non gli è consentito di trattenersi nella felicità: è una regola dell’evoluzione universale. Abbandonarsi alla felicità sarebbe una intensificazione tra le piú raffinate dell’egoismo spirituale. L’individualità umana non farebbe che assorbire il calore della felicità, ma il mondo non progredirebbe. In tal modo si formerebbero degli esseri che si indurirebbero nella loro anima. Parimenti, per il bene e per il progresso del mondo, colui che attraverso gli esercizi è pervenuto al Devachan, non deve contentarsi di provarvi, attraverso l’armonia delle sfere, tutte le sfumature della felicità, ma occorre che egli sviluppi in sé dei sentimenti contrari alla felicità. Cosí come l’abnegazione
    si oppone alla privazione, il sentimento del sacrificio si oppone alla felicità: un tale sacrificio consiste nel riversare sul mondo la felicità ricevuta.
    Questo sentimento di sacrificio fu proprio di quegli Spiriti divini chiamati Troni, quando parteciparono
    alla Creazione, quando riversarono la loro sostanza sull’antico Saturno e si sacrificarono per l’umanità in divenire. La sostanza di cui noi siamo attualmente costituiti è la stessa di quella che essi riversarono su Saturno. A loro volta, gli Spiriti della Saggezza si sacrificarono sull’antico Sole. Quegli Spiriti divini si sono elevati ai mondi superiori, e non hanno fatto l’esperienza passiva della felicità, ma hanno imparato a sacrificarsi nel corso del loro passaggio nel Devachan. Questo sacrificio, lungi dall’impoverirli, li ha al contrario arricchiti. Soltanto un essere che vive interamente nella materia crede che un sacrificio sia un impoverimento.
    Al contrario, il sacrificio al servizio dell’evoluzione universale è legato a un progresso, a un arricchimento dell’evoluzione individuale.
    Noi vediamo in tal modo l’uomo elevarsi verso l’Immaginazione e l’Ispirazione e penetrare in quella sfera in cui il suo essere si impregna di sfumature sempre rinnovate della felicità, ove percepisce tutto ciò che lo circonda non soltanto come se gli parlasse, ma come se tutt’intorno a lui le sonorità spirituali della felicità venissero inghiottite, assorbite.
    Attraverso la trasformazione di tutti i sentimenti che prova, l’uomo accede alle facoltà della conoscenza superiore, e la pratica occulta non consiste in niente altro che nelle regole e nei metodi assegnati dai Maestri della Saggezza e dell’Armonia del Sentire, i quali hanno affrontato le loro prove durante millenni. Questi metodi e regole trasformano il sentimento e la volontà dell’uomo e lo fanno accedere a conoscenze ed esperienze superiori. Trasformando progressivamente i suoi sentimenti e il contenuto della sua volontà in modo occulto, il discepolo acquisisce quelle facoltà superiori.
    Chi fa parte del movimento della Scienza dello Spirito, non deve essere indifferente alla durata – che sia essa di tre, sei o sette anni – necessaria a una tale acquisizione. Ciò ha un significato. Il discepolo deve vivere interiormente il sentimento che lo collega a questa crescita e deve percepirne chiaramente le regole.
    Occorre che sia vigile rispetto agli effetti, per non rischiare di sfiorarli soltanto.

    Conferenza tenuta da Rudolf Steiner a Berlino il 26.10.1908, O.O. N. 107.
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