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     Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate

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    MessaggioTitolo: Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate   Mer Apr 17, 2013 7:25 am

    Aritmetica del dualismo - di Gian Piero Abbate

    Noi viviamo in un mondo tridimensionale, dove ogni cosa e ogni evento viene percepito dai nostri sensi come duale.

    Il dualismo è insito in noi e in ciò che ci circonda, sin dalla nostra nascita.

    Ma un conto è la realtà, altro conto è la sua percezione, altra cosa l’interpretazione che diamo a tutto questo.

    Da sempre l’interpretazione data alla dualità delle cose è stata legata alle prime due operazioni aritmetiche che l’uomo impara, cioè la somma e la sottrazione, e all’esistenza degli opposti, cioè dei numeri negativi.

    La logica è molto semplice: se esiste n, allora deve esistere il suo opposto -n in modo che n+(-n)=0

    Questa è la logica che ha dominato il mondo sin’ora, in ogni settore, incluso la spiritualità.

    In particolare questa logica è stata applicata nel mondo occidentale. Gli esempi possono essere molteplici e diversi: così come il bianco e il nero sono definiti come opposti, altresì se esiste un “Cristo” allora deve esistere un “Anticristo”.

    Anche rispetto alle energie si parla di energie positive ed energie negative, con la possibilità di accrescere l’energia, sommandone pezzi tra loro, o perdere l’energia, sottraendola.

    Così si sviluppa il concetto del bene e del male come opposti in lotta tra loro, e di angeli e demoni, sino a di fatto creare un dio del bene e un dio del male, Dio e Diavolo, anche in quelle religioni che si professano monoteiste.

    Solo recentemente alcuni teologi hanno iniziato a dire che in ogni caso gli Angeli e i Diavoli obbediscono entrambi a Dio, ma questo non è in disaccordo con la visione degli opposti, né comporta il suo abbandono, è solo un piccolo passo avanti.

    Per sviluppare una nuova visione bisogna introdurre ulteriori concetti.

    Però sempre restando agli opposti, è da notare che lo zero è frutto della somma di due elementi eguali ed opposti. In questa visione l’assoluta mancanza del tutto è frutto di un annientamento, di una specie di disintegrazione dell’elemento con il suo opposto. È il concetto di materia ed antimateria, ma l’esperienza fisica ci dice che la realtà è diversa: se due particelle, una di materia e una di antimateria, s’incontrano, è vero che si “annichiliscono”, cioè spariscono, ma la reazione non è nulla, anzi provoca una radiazione elettromagnetica, cioè della luce, di energia pari alla somma delle energie delle due particelle.

    Insomma, l’esperimento fisico smentisce la nostra modalità interpretativa basata sugli opposti.

    Infine l’infinito matematico, in questa schematizzazione, non è unico, ma esistono due infiniti, uno positivo e un negativo, che si trovano agli estremi opposti.

    La tipica rappresentazione geometrica del tutto è una retta, con un punto detto zero, e i numeri positivi e negativi disposti in modo contrapposto. Ma questo è un “uni-verso”, e partire dall’infinito negativo per procedere verso l’infinito positivo non ha molto senso e non corrisponde all’esperienza storica, quindi la rappresentazione deve essere tale da avere un unico verso pur mantenendo la dualità delle cose e certi equilibri che conosciamo “empiricamente”.

    Ulteriore elemento di confusione in questa rappresentazione è lo zero, perché zero è il risultato della somma algebrica di qualsiasi numero con il suo opposto, però zero è anche il limite a cui tende l’inverso dell’infinito, cioè lim(1/∞)= 0. Ma i due zeri hanno significati ben diversi: il primo è “il niente”, l’insieme nullo dovuto all’annullamento, mentre il secondo è la rappresentazione dell’immanifesto, del contrario di tutto, come può essere il buio il contrario della luce.

    Tutta l’evoluzione attualmente in atto, i relativi cambiamenti, gli stessi messaggi che stanno arrivando a molti sensitivi, tutto ci porta a capire come questo schema sia errato e si debba passare a qualche cosa di diverso, la cui portata inizia a dispiegarsi solo recentemente.

    Una visualizzazione che ho già proposto in passato è quella della medaglia che per esistere deve avere due facce. Le due facce sono inverse tra loro, inverse ma non opposte, sono “reciprocamente” le due facce della medaglia. In nessun modo è possibile contrapporre le due facce, altrimenti la medaglia perde di senso. Nessuno può stabilire quale sia la faccia “A”, ma semplicemente, a caso, se chiamiamo “A” una faccia, l’altra può essere “B”, ma resta valido anche il viceversa.

    Questo è un modo diverso di rappresentare la stessa dualità di prima.

    Solo che ora le operazioni fondamentali non sono più somma e sottrazione, ma moltiplicazione e divisione.

    Tornando all’aritmetica, i numeri inversi, o reciproci, sono quelli il cui prodotto da l’unità.

    In pratica 1/n è l’inverso, il reciproco, di n.

    Ipotizziamo che queste siano le due facce della medaglia. Allora in questa rappresentazione non c’è più spazio per la negatività, ma tutto è sempre positivo.

    Molte cose non cambiano, ad esempio l’inverso del nero resta il bianco, e viceversa, ma per capirlo dobbiamo ragionarci sopra, perché non siamo abituati a questa modalità di pensiero.

    Se n=5, allora il suo inverso è 1/5. Tanto più il numero cresce, tanto più il suo inverso decresce, sino ad arrivare al limite. Anche in questo caso il limite è l’infinito, ma esiste solo un infinito, e il suo reciproco è lo zero. Ma questo è un limite, anche nella nostra realtà. Finalmente otteniamo uno schema coerente con la parola “universo”: tutto procede sempre in un verso solo, a partire dal nulla iniziale che contiene il tutto, che non appena si manifesta (il così detto “big bang”) si mette in una fase crescente di espansione che non ha mai fine, ma presenta solo un limite teorico non raggiungibile, detto infinito.

    E se restiamo al simbolo della medaglia, allora questo significa che il nulla e il tutto sono la stessa cosa, l’uno è l’inverso dell’altro, ma a questo punto la medaglia non esiste più perché entrambi sono dei “limiti” non raggiungibili.

    Siccome preso un qualsiasi elemento, il prodotto con il suo inverso è l’unità, cioè (n) x (1/n) = 1, allora l’unione si ottiene proprio dal prodotto (notare il termine “prodotto”, risultato di una produzione) di due inversi.

    Angeli e diavoli non sono contrapposti, non si fanno la guerra, e neppure il Cristo e l’Anticristo si danno battaglia, ma semplicemente sono inversi tra loro, e necessari, perché non può esistere una medaglia con una faccia sola. E anche perché la Vita e l’evoluzione nell’universo si produce attraverso la collaborazione degli “inversamente eguali”.

    Se prendiamo l’insieme dei numeri naturali (1,2,3,…) e dei loro inversi, possiamo notare che i numeri naturali sono interi, mentre i loro inversi sono sempre decimali, tranne che in un caso.

    Questo caso singolare è proprio l’unità, perché l’inverso dell’unità è nuovamente l’unità.

    Quando raggiungiamo l’unità, allora siamo uno con tutto e con tutti, e la medaglia è perfetta, quindi paralare di una faccia A e una faccia B non ha più senso, nell’unità le due facce sono identiche e indistinguibili.

    Continua...

    Articolo prelevato grazie a Sua gentile concessione


    Ultima modifica di Admin il Lun Mag 06, 2013 7:59 am, modificato 1 volta
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    MessaggioTitolo: Re: Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate   Gio Apr 18, 2013 12:38 pm


    Altra considerazione: se associamo il mondo delle cose “positive” della vecchia rappresentazione all’insieme dei numeri naturali, e di conseguenza il mondo delle cose “negative” all’insieme degli inversi, ci accorgiamo che se il valore di una entità positiva cresce, il valore del suo inverso decresce.

    È un nuovo concetto di equilibrio, contrario all’idea preconcetta che se il bene cresce allora anche il male deve crescere per bilanciarlo. È in questo modo che possiamo far “vincere” il Cristo: più ci uniamo al suo corpo mistico, più Lui si espande, più l’Anticristo tende a sparire.

    Prima se il bene aumentava, per mantenere l’equilibrio anche il male doveva aumentare in proporzione, essendo l’equilibrio lo zero.

    Ma ora l’equilibrio è l’uno, e se il bene cresce il male deve decrescere, secondo la funzione inversa, in modo che il prodotto sia sempre l’unità.

    Questa visione è molto più rispondente sia all’esperienza sia alla fisica, anche se ci risulta poco intuitiva.

    Abbiamo detto che l’inverso del bianco è il nero, e questo è capibile se si conosce il triangolo dei colori e le sue coordinate, e in ogni caso anche verbalmente che il bianco sia l’inverso del nero può essere un concetto intuitivo, ma se ci chiediamo cosa sia l’inverso della luce, allora la tentazione sarebbe subito di rispondere: “il buio”.

    Invece in questa rappresentazione solo l’inverso di una luce infinita può produrre il buio, e quindi essendo questo un concetto limite, ancora una volta non è applicabile alla realtà. Normalmente l’inverso della luce è ancora luce, d’intensità molto minore, ma sempre luce.

    L’inverso del bene è il male, ma in questa rappresentazione il male cambia i suoi connotati. Il male diventa una certa quantità di bene, una quantità tanto più piccola quanto più grande era il bene di partenza. Esattamente come il peccato non è una caduta, ma è solo aver sbagliato la mira e non aver fatto centro.

    In ogni caso la rappresentazione attraverso il simbolo della medaglia non è perfetta, e mi scuso se non ho trovato di meglio, mentre la codifica matematica con i numeri naturali e i loro inversi è molto più potente, ma meno intuitiva.

    Materia e antimateria divengono due elementi che non si possono incontrare, perché sono due facce inversamente eguali della realtà. Per nostra fortuna questo incontro non avviene frequentemente in natura, altrimenti questo universo sarebbe già collassato.

    Però quando questo avviene, il risultato non è nullo, ma è il ricongiungimento delle due particelle nell’unità, con liberazione di luce, simbolo della “trasformazione”, ovvero della conversione in energia della medaglia.

    Ogni volta che una medaglia sparisce c’è una emissione di luce. Ogni volta che un buco nero sparisce nasce una nuova stella.

    Cioè il creato continua a creare, ma in questo processo tende sempre verso l’unità, dove l’unità è perenne dinamismo, e non staticità.

    È la musica del creato, che non è silenzio, è la danza del creato, che non è staticità.

    Purtroppo spesso abbiamo diffuso una immagine di Dio come di una realtà statica, perfetta e immobile, sempre eguale a se stessa. Questa immagine è però molto limitante, e poco appropriata anche rispetto alle intuizioni che la moderna fisica ed astronomia ci suggeriscono.

    Una immagine di un Dio creatore in continua espansione, e di conseguenza che crea continuamente, è una immagine più appropriata, anche se ci può dare fastidio perché mina la staticità dei dogmi e la nostra necessità di rinchiudere “dio” in uno schema.

    Ma questo riguarda anche noi e la scoperta di noi stessi.

    La vecchia rappresentazione per opposti suddivideva il mondo in buoni e cattivi, in perenne lotta.

    La nuova rappresentazione vede l’unità come elemento di separazione tra le due schiere, dove l’inverso dei buoni sono i meno buoni.

    In questa rappresentazione i cattivi non hanno più spazio. Ci sono azioni “malvagie”, ma non esistono cuori malvagi, le azioni possono essere cattive, ma i cattivi non esistono. Esistono i meno buoni, i più deboli, che bilanciano i più buoni.

    Forse per questo l’antica Cabala ebraica non dice che il nostro cuore è diviso in due parti una buona e una cattiva, ma dice che è diviso in due parti, una buona e una potenzialmente cattiva. Potenzialmente, perché la parte sinistra è buona anch’essa, solo è che è “inversamente” buona.

    Tutto il nostro io, il nostro mondo, l’intero universo deve essere ripensato in questa logica.

    E vedendo il tutto in una prospettiva diversa, prende corpo il concetto della espansione.

    Usiamo l’immagine di una torta. Se passiamo da una fetta grande un sesto della torta ad una un po’ più grande, diciamo un suo quinto, ad una ancora più grande, il suo quarto, cioè 1/6, 1/5, 1/4 e così via, arrivando a 1, cioè una torta, per poi continuare verso 4 torte, e poi 5, e poi 6, e così via, sia nella prima sequenza che nella seconda il processo può essere visto come una espansione, dove all’espansione del lato integro, cioè degli interi, corrisponde una contrazione dei reciprochi.

    Per questo motivo le due facce della medaglia hanno sempre la stessa dimensione: se dico che una faccia vale 5, all’ora la faccia opposta deve “contenere” il suo reciproco, cioè 1/5, ma non può essere grande 1/5 perché l’attribuzione dei valori è del tutto arbitraria, e quindi se la faccia deve contenere 1/5, allora deve poter contenere anche 5.

    Inoltre il concetto di espansione comporta uno spostamento della centratura. Pensiamo rispetto a noi stessi. Nella vecchia rappresentazione se espandevo la mia “sfera d’influenza”, ad esempio, da 5 a 6, allora l’opposto passava da -5 a -6, e il centro restava sempre fermo sullo zero. Il raggio d’influenza era passato da 10 a 12.

    Adesso se mi espando da 5 a 6, il reciproco si sposta da 1/5 a 1/6, e quindi anche il centro si sposta.

    Calcolare dove capita il centro non è difficile: per 5 e 1/5 il centro sarà (5+1/5)/2=26/10=2,6 mentre per 6 e 1/6 sarà (6+1/6)/2=37/12=3,083 cioè la nostra centratura ha fatto un passo avanti.

    Anche il diametro della nostra sfera d’influenza è cambiato: nel primo caso valeva (5-1/5) =24/5 =4,8 mentre ora diviene (6-1/6)=35/6=5,83, cioè è aumentato. Come ci aspettavamo. Il bello di questa rappresentazione, se si riesce a visualizzarla, è che la sfera cresce sempre di più, ma anche si sposta sempre più avanti con il suo centro, cosa che non accadeva nel precedente modo di vedere la realtà.

    E così di espansione in espansione, quando si arriva alla massima espansione, cioè ad essere prossimi all’infinito, allora l’inverso tende ad annullarsi, e il tutto si ricompone nell’unità.

    Anzi, nell’Unità del Tutto.

    A questo punto abbiamo raggiunto il limite della nostra espansione nel mondo reale, e per andare oltre dobbiamo cambiare schema. È importante osservare come in questo limite il nostro diametro tende all’infinito così come la nostra centratura tende a spostarsi verso l’infinito, e non verso l’unità. Questo ci dice che essere uno con tutto e con tutti non significa essere l’unità, ma essere l’infinito, che tutto abbraccia e tutto comprende. L’unità è solo l’elemento “singolare” di questo insieme, quello che separa gl’inversi tra loro, quello che ci permette di scoprire la reciprocità.

    Quindi non si tratta di essere 1, ma di sperimentare l’unità essendo, simultaneamente, il nulla e il tutto, che attraverso e grazie all’uno, sono reciproci tra loro.

    Pordenone, 1/09/10
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    MessaggioTitolo: Unione e Separazione nel dualismo   Lun Mag 06, 2013 7:58 am


    Unione e Separazione nel dualismo
    di Gian Piero Abbate


    Se ci chiediamo qual è l’opposto dell’unione viene spontaneo pensare alla separazione. Però questo è frutto della nostra immersione nella dualità, secondo la logica di reciprocità già esposta in passato. Quindi unione e separazione sono solo due facce della stessa medaglia, e sono inversamente eguali.

    Ad esempio, nel linguaggio comune, nell’ambito della coppia, si dice: “la mia metà”, riferendosi alla propria compagna o al proprio compagno di vita.
    Bene, il reciproco di è 2, cioè il reciproco della “dolce” metà è la coppia. In questa logica, ben rappresentata dalla matematica, non si arriva mai all’unità, cioè all’unione, perché il legame ( ) separa l’1 (l’identità) dalla coppia (2) creando la metà ( ) . E se lego, con il segno , due metà, ottengo lo zero, il nulla.
    L’unico modo per arrivare all’unità è rompere il legame, cioè graficamente passare da a , di modo che ogni metà si separi dall’altra, e da questa separazione nasca una relazione d’unione, del tipo = 1.
    Da notare come graficamente la rottura del legame porti alla croce, cioè al segno , che da sempre è il simbolo dell’Amore sia sul piano verticale, sia sul piano orizzontale, cioè l’Amore spirituale e quello verso tutto ciò che ci circonda.

    La chiave per essere Amore è rompere ogni legame e vivere nell’unione.

    Però il nostro corpo e la sua mente sono immersi nella dualità, e questo ci complica il percorso, perché da quanto detto emerge una specie di paradosso: per essere 1 con tutti dobbiamo prima rompere i legami, poi separare la nostra unità individuale, quindi riunirci con il tutto. Alla nostra mente sembra paradossale che all’unione si possa arrivare solo attraverso un processo di separazione.

    Ho detto separare la nostra unità individuale perché noi stessi siamo composti, nella materia, dall’unione di due metà, che si manifestano in vari modi: corpo fisico e anima, che è un corpo anch’essa, energia maschile e femminile, yin e yang, due emisferi cerebrali, simmetrie del corpo fisico, e così via.

    Cercherò ora di fare degli esempi, sempre usando la matematica, per chiarire i rapporti particolari, sia in ambito comunitario che nel rapporto di coppia.
    D’ora in poi, per comodità, sostituirò il segno di frazione con il segno /.

    Supponiamo di essere in una comunità di n persone, con n=5. Possiamo vivere questa situazione e i relativi rapporti in due modi diversi.

    Il primo è pensarsi come un membro della comunità, quindi 1/5, cioè la mia identità (1) in rapporto alla totalità del gruppo (5). Questo non crea unione, ma legame tra i membri. Più questo legame è forte e più la comunità è numerosa, più mi sentirò forte e protetto, trasformando la mia debolezza (1/n), che è sempre più grande al crescere di n, perché 1/n come valore diminuisce al crescere di n, in una grande forza apparente, tanto più grande quanto più grande sarà n. Questo è il meccanismo delle folle e della adunate oceaniche, di triste memoria, ma che tutt’ora viene utilizzato in molti ambiti per asservire l’individuo alle volontà di chi tira le fila.

    Viceversa si può vivere la comunità in unione con gli altri membri, e in questo caso non ha importanza la grandezza di n, se non per il fatto che più è grande n più ci sentiremo piccoli. Però qualsiasi sia n, la somma degli n termini individuali sarà sempre 1, cioè matematicamente Σ1n (1/n) = 1.

    Quindi come viviamo la stessa realtà dipende solo da noi stessi: se mettiamo la nostra identità a disposizione dell’Amore incondizionato, senza paura delle nostre debolezze, o se abbiamo bisogno di affrontare le nostre paure attraverso un legame che ci dia una sensazione di forza, almeno apparente, ma rassicurante.

    E tanto è più grande la comunità nella quale ci riconosciamo in questo modo, tanto più questo legame risulterà pericoloso a tutti i livelli, individuali o sociali.

    Prendendo in considerazione la sequenza dei numeri naturali, il rapporto con il valore assoluto più grande è quello legato al numero 2, cioè ½.

    Forse questo rapporto è il più grande possibile perché viviamo nel dualismo.

    Quindi la coppia è il terreno particolare e migliore dove sperimentarsi in questa evoluzione. La maggior parte delle coppie si è legata attraverso un patto, come è chiaro pensando al matrimonio, sancito da un contratto scritto. Da notare che “matrimonio” è il femminile di “patrimonio”, che sono le due dimensioni del patto di ruolo: proteggere la madre e i mezzi di sostentamento della famiglia (“matrem munere” e “pater monium”). Anche il rito del matrimonio, nella sua formulazione verbale, rimanda a un chiaro “vincolo” frutto di un legame.

    Se da una parte è chiaro l’importante valore di tutto ciò, e come sia possibile fare un bel percorso di crescita comune attraverso il vincolo matrimoniale, da quanto detto emerge anche la possibilità di superare tutto questo attraverso un diverso modo di essere. Tanti possono essere i modi, ma propongo di partire riflettendo sul fatto che noi non siamo ciò che facciamo, e quindi non possiamo identificarci con i nostri ruoli. Allargando il discorso oltre il matrimonio e considerando ogni coppia, rompere il legame significa separarsi, ma questo non significa divorziare: la separazione di cui parlo è altro. Separarsi ha senso solo se è chiara la volontà di unione, altrimenti non ha senso, se non per egoismo. Ancora una volta ha più importanza l’onestà delle nostre intenzioni che la valutazione delle singole azioni. Come detto all’inizio l’unione di coppia nasce dalla somma dei due membri, dalla compenetrazione. L’essere “una sola carne” è essere 1, indivisibile, quindi con un processo che non prevede possibilità di ritorno. Qualsiasi legame tra 2 elementi prevede la possibilità di rottura del legame, e quindi il ritorno alle unità singole. Ma nell’unione questo non è possibile. Immaginiamo due bottiglie, una d’acqua semplice e una d’acqua gasata. Se le metto in un porta bottiglie che le tiene assieme, che rappresenta il legame, le potrò far viaggiare assieme, ma se voglio posso separarle in qualsiasi momento, tornando alle due bottiglie originali. Ma se invece mescolo le due bottiglie assieme, cioè le unisco, otterrò due bottiglie d’acqua, ma di un’acqua nuova, né gasata né non, e non potrò più tornare indietro agli originali. Non solo. Anche se trasportassi una sola delle due bottiglie, sarebbe come avere la presenza anche dell’altra, essendo diventate queste identiche. Questo è il miracolo di aver raggiunto l’unità.

    Riprenderò questo concetto al termine, utilizzando la fisica quantistica, con esempi reali convalidati a livello sperimentale, forse più complessi dell’esempio immaginario suddetto, ma sicuramente più concreti, perché reali.

    Questi esperimenti ci portano a pensare che possiamo essere 1 con ogni essere vivente, e allora il nostro stupore aumenta.

    Ma se raggiungiamo la consapevolezza che siamo 1 con tutto e con tutti, allora siamo arrivati alla contemplazione del Creato.

    Ed infine, se arriviamo a vivere e sperimentare consapevolmente tutto questo, allora siamo arrivati all’illuminazione, che è la situazione propedeutica alla resurrezione.

    Il Tao parla in modo molto chiaro di questa dualità complementare, e il suo ben noto simbolo è perfetto per comprendere l’impossibilità di separare una unione. Nel simbolo del Tao le due parti complementari comprendono ciascuna un’area dell’altra parte; quindi anche se si separassero le due parti, l’altra parte continuerebbe a coesistere, per sempre.

    Queste considerazioni ci portano a scoprire che in realtà siamo già tutti appartenenti all’unità, come la fisica quantistica ci dimostra, e che questa è una situazione di fatto, non modificabile. Quello che ci manca è sia la consapevolezza di questa condizione, sia la forza di accettare di viverla. In pratica, le paure della nostra mente hanno troppo spesso il sopravvento. Come sempre la paura è l’unico nemico della Fede.

    Siamo così arrivati alla vera dimensione di queste riflessioni, che è di portata cosmica, e riguarda ogni aspetto della creazione. Però restringiamo il discorso a noi, cioè all’uomo, e alla sua evoluzione. Quanto detto riguarda sia il percorso spirituale di ogni singolo individuo, sia la prospettiva, che ci accomuna tutti, di essere prossimi ad un salto generazionale, ad un passaggio di stato, ad addentrarci in “nuovi cieli e nuove terre”, attraversando il Giorno del Giudizio.

    Tutte le religioni hanno previsto quanto sta accadendo, e i Maestri hanno fatto riferimento a questa necessaria “separazione”. Però il loro messaggio è stato travisato e riferito solo ad una separazione di massa, in una logica di contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”, mentre forse il discorso doveva essere inteso in altro modo.

    E questo senza negare che ad altri livelli, non umani, esista veramente una battaglia, detta Armageddon, tra le entità del Bene e del Male. Per noi stare con il Bene o con il Male è una scelta di campo, di tipo fondamentale, da cui dipende la nostra evoluzione, ma questa scelta, qualunque sia, non ci estranea dalla logica dualistica del bene e del male. In altre parole, anche chi ha scelto di stare dalla parte del Bene non può fare solo il bene, ma è inevitabile che alcune sue azioni appaiano come male.

    In realtà tutte le azioni sono bene e male nello stesso tempo, e il nostro giudizio dipende solo da dove poniamo il punto di osservazione del fenomeno, esattamente come ogni particella elementare è simultaneamente onda o materia.

    Ci siamo così addentrati nella dimensione personale, sulla quale forse non si è riflettuto abbastanza rispetto all’eredità di sapienza che ci è stata lasciata dai Maestri. Da ciò, ad esempio, brani del Vangelo che risultano di difficile spiegazione in una logica ristretta, e di conseguenza vengono sistematicamente o ignorati, o non commentati, o travisati. Non voglio tornare qui sulle considerazioni relative alla contrapposizione del male e del bene, ma cercare d’identificare come la separazione sia stata vista e vissuta dai Maestri nella loro esperienza terrena e nelle loro parole.

    I testi sacri sono frutto delle loro esperienze di Vita, e per questo se riusciamo a comprendere l’esperienza, piuttosto che le parole, questo ci può aiutare molto.

    Tornando alla separazione come strada per l’unione, riporto e commento alcuni brani, in corsetto, estratti dalla Bibbia, dai Vangeli e dal Corano, che si dovrebbero interpretare in questa nuova luce. Però chi preferisce non farsi influenzare da alcuna religione, può tranquillamente saltare questi paragrafi ed andare alla parte ultima, che è stata scritta sulla base delle mie esperienze e conoscenze, a prescindere da quanto segue immediatamente. Per contro, è interessante capire queste testimonianze di diversa origine, anche se dobbiamo tener conto dei cambiamenti culturali che sono avvenuti nell’evoluzione dell’uomo e della teologia.

    GEN 1:1-5 In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

    Il primo giorno della creazione è il giorno della manifestazione di Dio, attraverso il Creato, e di origine del tempo. Faccio notare subito che questo “Dio” crea tutto, plasma l’uomo, ma non crea l’acqua, che è a lui pre-esistente. La luce, sia quella bianca che quella nera, sono le Sue due dimensioni, quando dall’assoluto, le tenebre, si passa a una dimensione duale. Una dimensione duale non poteva rimanere nelle tenebre, perché le tenebre erano “luce immanifesta”, portata ora a manifestarsi da quel “Sia la luce!”. Così si crea la prima divisione della storia, tra luce manifesta e tenebre, che non è l’opposto della luce o l’assenza di luce, ma è luce immanifesta, tra giorno e notte, tutti modi per parlare delle due facce di una unica medaglia, che potremmo chiamare “lo scorrere della vita nel tempo”. Da notare che “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”, e continua questa situazione sino al giorno successivo. Emerge già da questo primo evento di separazione l’errore umano nell’interpretare la Vita: giorno e notte non sono contrapposti, sono “inversamente eguali”, ed appartengono a un tutt’uno. Dio è Signore della luce come delle tenebre, noi siamo chiamati a vivere nella luce e nelle tenebre. La luce non ci deve dare conforto così come le tenebre non ci devono spaventare, perché sono la stessa cosa, sono solo frutto della dualità introdotta in questo primo giorno della creazione.

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    MessaggioTitolo: Re: Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate   Mar Mag 07, 2013 6:02 am


    GEN 1:6-8 Dio disse: "Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque". Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

    Siamo al secondo giorno della creazione, e troviamo una nuova separazione. Dalla precedente, che riguardava la manifestazione dell’energia divina e del tempo, ora passiamo all’anima, cioè delle emozioni che permettono la Vita. Perché Dio crea? La risposta può essere: “Perché per Lui è impossibile non creare, Lui è Amore creativo”. Bene, ma allora perché realizza questa particolare creazione? La risposta può essere: “Perché deve sperimentarsi, ha in Sé la consapevolezza totale dell’Essere, ma vuole sperimentare la sua creazione, con un progetto innovativo (il progetto Uomo-Terra), e “vivere” le emozioni”. Tutto questo passa attraverso questa nuova separazione, la separazione delle acque, unico elemento che esiste da sempre, da prima della creazione. Molti storici o teologi hanno cercato di dare una spiegazione razionale a queste “acque che son sopra il firmamento”, ma pochi ne hanno capito il significato simbolico profondo. Dobbiamo tornare al giorno precedente, che si era chiuso con un spirito di Dio che continuava ad aleggiare sulle acque, non ancora divise.

    Se le acque erano prima della creazione, mi sembra facile capire che non si sta parlando della molecola dell’acqua, che come ogni materia è nata dopo, ma di un’altra acqua, non materiale.

    Dividere le acque significa dividere le emozioni, spaccare le emozioni su due piani diversi. Più volte ho detto che anima ed emozioni terrene sono un tutt’uno, e questo corrisponde alle acque che stanno sotto il firmamento. Mi corre l’obbligo di specificare il termine “anima”, perché l’anima non è altro che il corpo “astrale” che è associato ad ogni cosa, e si manifesta come un’aura che oltrepassa i limiti del corpo fisico. Le emozioni, per l’anima, sono quello che per il nostro corpo sono le idee. Come ben sa chi è capace di vedere l’aura, ogni cosa, montagna o albero, animale o persona, è dotata di un’aura, cioè di un’anima. Di qui la possibilità, ad esempio, d’influenzare la crescita delle piante con la preghiera, come si fa nell’agricoltura omeodinamica.

    Però solo gli “anima-li” sono dotati della coscienza di possedere questa dimensione, ed è per questo che noi siamo stati fatti, non creati, nello stesso giorno, il sesto.

    Però gli animali hanno solo una coscienza di gruppo, mentre l’uomo ha una coscienza individuale. Ma oltre la nostra anima c’è il nostro spirito, che ha la possibilità di vivere le emozioni oltre il firmamento, in quel livello che non è accessibile attualmente a qualsiasi anima terrena. Ancora una volta una parziale interpretazione di questo brano ha dato luogo a concepire dei limiti che non abbiamo, appartenendo all’Uno. Le acque sono state divise, ma questa non è una separazione, è come sempre la necessità imposta dal dualismo: sono le solite due facce, seppure per una medaglia che va oltre il terreno! Altrimenti quella intima relazione di Amore con il “papà nostro”, che qualcuno ha voluto specificare che “sta nei cieli”, come sarebbe possibile?



    GEN 2:4-8 Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati. Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo; allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato.

    GEN 2:18-24 Poi il Signore Dio disse: "Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile". Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse il suo complemento [non “una delle costole” che è frutto di un errore di traduzione dei greci] e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con il complemento [non “la costola”], che aveva tolto all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: "Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta". Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.


    Questa è la versione più antica della Genesi, che i sacerdoti fecero anticipare dal cap.1 fornendo in epoche successive un maggior dettaglio della creazione. Questa descrizione delle origini dell’uomo è stata purtroppo inquinata da un errore dei traduttori greci, che hanno fatto diventare “costola” la parola che nell’originale era “complemento”. Però è distorta anche da un errato utilizzo dei termini “uomo” e “donna”, che però, in mancanza d’altro, anche noi saremo costretti ad usare. Ripristinando l’originale molte concetti vanno a posto. Il primo è che ADM, Adam, non è il primo uomo né Adamo, che in ebraico si scrive in altro modo, ma è la matrice dell’intera umanità, ed è un “uno”, non separato, che però proprio per la sua natura non trova una propria collocazione nel Creato. Da ciò l’affermazione che non è bene questa situazione.

    ADM si appropria di tutti gli esseri più simili a lui, cioè gli animali, i viventi dotati di un’anima. Ho detto si appropria perché dare il nome, nella cultura arabica, significa diventare proprietario. Però nessun essere vivente può essere simile ad Adam, che è un essere di luce. Allora da lui viene estratto il complemento, e così vengono forgiati due esseri, che nell’originale sono detti semplicemente “a-ish” e “a-isha”.

    Questi due termini vengono tradotti con uomo e donna, dove l’uomo corrisponde a quello che noi chiamiamo Adamo, ma la donna non è Eva, che entrerà in gioco solo successivamente, ma è la donna, identica e complementare ad Adamo.

    Da un punto di vista analitico, a-ish (Aleph Jod Schin) rappresenta "tutto ciò che è nascosto nel suo Principio e che è condensato, tutto ciò che è concentrato in un punto", per esempio nell'Io; indica, in altre parole l'Essere, con la sua personalità intellettuale, la logica, e la capacità di elaborare le idee; questa parola evidenzia, in sostanza, la facoltà intellettuale dell'Umanità.

    Al contrario la parola a-isha, che ha alla sua base la radice "Hé" accompagnata da Alef Schin Hé, può essere sia un verbo che un sostantivo. Di fatto deriva dal e si collega al precedente a-ish e significa sia la "facoltà volitiva" ossia la Volontà sulla quale l'Essere intellettuale si basa, sia la facoltà volitiva dell'Umanità intellettuale. Inoltre, essendo sia verbo che sostantivo, per me indica l’inscindibilità, a questo livello, tra il Volere e il Potere: ogni volontà si concretizza, sia a livello personale, di coloro che sanno collegarsi a questo livello, sia a livello comunitario, se si raggiunge quella massa critica di pensiero che la scienza ha ormai individuato e codificato nella espressione mc=√ 0,01 x mT, dove mc è il valore della massa critica necessaria al cambiamento e mT è la massa totale delle persone coinvolte nel cambiamento.

    A-ish e a-isha sono quindi due matrici, prototipi o archetipi, due esseri di luce, allo stesso livello, perché non è a-ish che da il nome alla sua compagna, come invece succederà poi con Eva.

    Purtroppo il meraviglioso gioco di parole che si può gustare nell’originale, ad esempio tra “complemento” e “a-isha”, viene perso a causa della traduzione in un’altra lingua.

    Così anche l’origine dell’umanità, non creata ma plasmata, è frutto di una separazione tra due elementi complementari, non l’uomo e la donna ma i loro archetipi, che però hanno sempre la possibilità di ritornare ad una unione completa. Quel “e i due saranno una sola carne” è, in un linguaggio semplice, l’immagine della possibilità di tornare 1 a partire dalle due metà, attraverso un processo di unione, stabilito dal “si unirà”, ma non di legame.

    Per contro, i due soggetti a cui si riferisce la frase non sono l’uomo e la donna, tanto meno Adamo ed Eva, che sono all’origine dell’attuale umanità, e questo ha generato molte confusioni.



    ESO 26:31-33 Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto. Lo si farà con figure di cherubini, lavoro di disegnatore. Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d'oro, con uncini d'oro e poggiate su quattro basi d'argento. Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell'interno oltre il velo, introdurrai l'arca della Testimonianza. Il velo sarà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi.

    Questo brano è estratto dal libro dell’Esodo e riguarda le istruzioni per realizzare il “sancta sanctorum”. Questa parte sacra del Tempio era separata dal resto e vi poteva entrare solo il Sommo Sacerdote, una volta l’anno, allo Yom kippur, per pronunciare il Nome di Dio, la cui pronuncia era solo a lui nota, e incensare l’arca dell’alleanza. Ho riportato questo brano per far notare l’ultima frase e la separazione che introduce. Il velo separa il luogo Santo di Dio da ciò che è più Santo per gli uomini. Ma non stavamo parlando di un’alleanza? Come mai un’alleanza, simboleggiata da quell’arca, da luogo ad una separazione? L’alleanza non è tra i sacerdoti e Dio, che allora la separazione sarebbe comprensibile, ma è tra Dio e il suo popolo, tra Lui e tutti. La spiegazione è semplice se si comprende il meccanismo dell’unione. Dio non vuole stabilire un legame con gli uomini, li vuole liberi, anche liberi di sbagliare e di ribellarsi a Lui. Inoltre non vuole che alcun uomo si leghi a Lui, perché sa che questo legame non lo porterebbe alla santità e alla scoperta della dimensione divina dell’uomo, scoperta indispensabile per entrare in unione con Lui. È necessario impedire questo legame, ma nello stesso tempo ricordare che esiste questa Alleanza; la soluzione è separare il simbolo dell’Alleanza da coloro che sono i destinatari dell’Alleanza stessa. Se gli uomini sapranno riconoscere il “sancta sanctorum” che è in loro, allora sarà possibile una nuova alleanza, la nuova alleanza di cui parla Gesù. L’arca non sarà più necessaria, perché ogni “santo” sarà il contenitore che contiene questa alleanza con il “papà”, e che permette a Gesù di dire: “Io e Papà (il Padre nella imprecisa traduzione corrente) siamo la stessa cosa”.



    MT 10:34-42 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa".

    LC 14:26-35 "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Il sale è buono, ma se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si salerà? Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per intendere, intenda".


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    MessaggioTitolo: Re: Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate   Mer Mag 08, 2013 2:25 pm


    Non tutti i discorsi di Gesù sono riportati in più Vangeli, mentre questo discorso è presente in tutti, seppure in modo più o meno esteso, e quindi questa eccezionalità testimonia quanto sia importante. Per contro le parole di Gesù sono, apparentemente, molto dure e difficilmente conciliabili con il contesto generale del suo messaggio. Come conciliare “la spada” o “odia suo padre, …” con “ama il prossimo tuo come te stesso”? Tra l’altro Gesù, in un altro momento, aveva specificato che per seguirlo non bastava amare i propri cari, ma si doveva amare anche i propri nemici, il prossimo in generale, e lo stesso concetto era stato esplicitato nella parabola del buon samaritano. Ho riportato i Vangeli di Matteo e Luca perché sono i più completi. A voi rileggere e comprendere sotto una nuova luce, quella dell’unione, quanto ci è stato trasmesso. Sottolineo solo che Gesù parla della “propria croce”, e spesso questo passaggio è stato messo erroneamente con la morte in croce che farà. La croce di cui parla Gesù è un’altra, non certo il legno al quale non è ancora arrivato e il cui riferimento avrebbe reso il discorso incomprensibile a tutti gli ascoltatori, la croce è quella dell’Amore incondizionato che unisce l’alto con il basso, la sinistra con la destra. Inoltre è la “propria”, quindi ogni singola persona deve trovare il suo cammino per arrivare a questo Amore.

    Inoltre quella rinuncia ai propri averi non significa fare voto di povertà, come talvolta è stato detto, ma è un chiaro riferimento alla rottura dei legami. Rimando all’incontro con il giovane ricco, che è una persona buona, che ha sempre usato le sue ricchezze per il bene degli altri, e Gesù lo sa e lui lo dice, ma Gesù gli chiede di rompere i suoi legami e cambiare vita. Quel "Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi" è importante da capire. Non quindi una povertà materiale, che lo stesso Gesù non avrebbe condiviso, visto come andava vestito, ma la rinuncia al denaro e a tutti i beni come atto di rottura di tutti i legami.

    Infine c’è quel “… non odia … perfino la propria vita” che fa coppia con “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà”. Queste affermazioni hanno almeno due valenze. La prima riguarda la nostra ricerca interiore: chi ha la consapevolezza dell’unione con il tutto, ha conquistato anche la consapevolezza che la sua vita è nelle mani della Vita, e si lascia guidare nell’umiltà, cioè mantenendo la fronte eretta ma i piedi ben per terra. Viceversa sono i superbi che pensano di essere al di sopra della Vita e di dominarla. La seconda valenza riguarda lo stato d’animo di chi ha raggiunto questa consapevolezza, che è segnato da un distacco da tutte le cose, e dagli eventi, coniugato a una amorevole partecipazione agli stessi. Sembrerebbe una contraddizione, ma non lo è. Questa modalità di vivere è di natura instabile, come se pendolasse tra due punti, e comporta ad un estremo la beatitudine dell’essere, nella percezione della propria dimensione divina, ma nell’altro estremo la continua insoddisfazione per dove si è arrivati e la consapevolezza della propria pochezza rispetto al Tutto.



    MT 12:46-50 Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: "Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti". Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: "Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre".


    MC 3:31-35 Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: "Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano". Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre".

    LC 8:19-21 Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fu annunziato: "Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti". Ma egli rispose: "Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica".


    Anche questa reazione di Gesù è riportata in questi Vangeli, e segue sempre la logica della rottura dei legami. Neppure una intima relazione così importante come quella con la propria madre viene esclusa dalla rottura dei legami e ricondotta a una unione, l’unione di tutti coloro che fanno la volontà del Padre, mettendo in pratica la sua parola. Attenzione al passaggio di Luca: la parola di Dio crea, Dio ha creato tutto con la parola, metterla in pratica significa quindi diventare co-creatori, creare in unione con Lui, che è poi quello che non solo Gesù ma tutti i Maestri ci hanno testimoniato come possibilità per ogni “figlio dell’uomo” di buona volontà.



    MT 13:24-30 Un'altra parabola espose loro così: "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".

    Ho riportato questo brano perché stiamo vivendo i tempi della manifestazione del grano e della zizzania, anche se non siamo ancora arrivati alla mietitura. Ma come distinguere il grano dalla zizzania, visto che crescono assieme, per volontà di Dio?

    Se il Creatore avesse voluto impedire questo, lo avrebbe potuto fare, ma invece ha permesso che nel suo Regno qualcuno seminasse sia il grano che la zizzania, cioè tutto è conforme alla Sua volontà. Qualcuno dice giustamente che l’albero si riconosce dai suoi frutti, e questo è un modo per cercare di capire. Ma non è perfetto, sia perché di mezzo c’è la nostra interpretazione razionale e personale della realtà, sia perché non possiamo comprendere le intenzioni degli altri, se non attraverso l’unione con loro. Buoni e cattivi, permettetemi di usare questi termini impropri, fanno entrambi azioni cattive e buone, e loro non sono le loro azioni, e le azioni si possono comprendere e valutare osservandole, ma non si può giudicare chi le ha compiute. Quindi non è restando nella logica del dualismo che possiamo comprendere meglio la realtà che ci circonda. L’unica via è quella dell’Amore nell’unione, rinunciando a separarsi dalla zizzania, ma amando anche questa, senza voler far giustizia, che alla Giustizia ci penseranno, al momento stabilito, i mietitori. In questo caso saranno loro a fare la separazione, ma ancora una volta sarà necessaria una separazione per rendere possibile una unione di tutto il grano.



    MT 19:28-30 E Gesù disse loro: "In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi".

    MC 10:29-31 Gesù gli rispose: "In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi".


    Altra separazione per raggiungere una unione. La vita eterna è quella dopo la mietitura del brano precedente, visto che noi tutti siamo stati fatti eterni da sempre, sin dal sesto giorno, e solo un intervento divino può interrompere l’eternità della condizione umana di alcuni di noi. Da notare che Marco specifica “già al presente” riportando il tutto quindi alla vita corrente, senza proiettarsi ad ipotesi future. Già oggi possiamo ricevere cento volte di ciò che abbiamo lasciato, e questa è una realtà ben sperimentato da chi è entrato nell’unione: nella separazione ha lasciato le sue poche cose, ma nell’unione ne ha trovate cento volte tanto… e sicuramente cento è solo simbolico, perché ne ha trovate infinite, e il limite di ciò che ha trovato è solo in se stessi e nella propria capacità di unione con tutto e con tutti.



    MT 25:31-46 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".

    Questa è la separazione finale, almeno rispetto al passaggio in atto, e riporta all’origine delle cose, seppur in modo parziale. Non è un ritorno al passato, ma è un ulteriore passo avanti nell’essere tutti uno nella consapevolezza. La vita eterna che conclude il brano è il termine di paragone usato da Gesù per indicare la vittoria sulla morte, la maggiore di tutte le paure umane, e quindi il superamento di ogni paura. Giovanni, con le sue rivelazioni, chiarirà poi che questa non è la vittoria definitiva del Bene sul Male, ma è solo la vittoria di una battaglia: la “bestia” sarà solo impossibilitata ad agire per un certo tempo, dopo di che tornerà libera. Circa questa separazione, e la sua necessità, valgono le stesse considerazioni già fatte per il grano e la gramigna, che sono una rappresentazione simbolica dello stesso evento.

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    MessaggioTitolo: Re: Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate   Gio Mag 09, 2013 2:36 pm


    EF 2:13-18 Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.


    In questo brano Paolo ci fa vedere il risultato dell’unione che si può realizzare in Cristo Gesù. Da notare questo termine composto, che non è né Gesù, né Cristo, ma corrisponde, nella visione paolina, ad una nuova entità spirituale che si è creata attraverso la resurrezione di Gesù, che ascendendo al Cielo e avendo perso la sua dimensione umana, si è riunificato con il Cristo, dando luogo a due nuova entità: Gesù Cristo, l’uomo nuovo e il Messia, e Cristo Gesù, il Re spirituale.

    In Cristo Gesù è possibile realizzare una unione che può arrivare ai livelli spirituali superiori, quelli del “Padre”, essendo “un solo Spirito”.

    Il riferimento a “un solo corpo” rimanda simultaneamente al passato e al futuro: da una parte evoca l’immagine di Adam, prima che fosse separato, mentre apre simultaneamente la prospettiva verso un nuovo corpo, quello che verrà chiamato “il corpo mistico del Cristo”, che è frutto dell’unione della Spirito con tutti gli uomini di buona volontà.

    Sura XXX “Ar-Rûm” (I Romani) 11-16

    È Allah che dà inizio alla creazione e la reitera; quindi a Lui sarete ricondotti. Il Giorno in cui si leverà l’Ora, saranno disperati i colpevoli. E non avranno più intercessori tra coloro che associavano [ad Allah], ma rinnegheranno le loro stesse divinità. E il Giorno in cui giungerà l’Ora, in quel Giorno verranno separati [i credenti dai miscredenti – ndr]. Coloro che avranno creduto e compiuto il bene, gioiranno in un prato fiorito. Mentre coloro che saranno stati miscredenti e avranno tacciato di menzogna i Nostri segni e l’incontro nell’altra vita, saranno condotti al castigo.

    Questo brano del Corano espone gli stessi concetti di separazione rispetto al “Giorno” del giudizio già esposti. Però in una visione più dinamica, visto che Allah non solo ha dato inizio alla creazione, ma la reitera continuamente. Questo incipit permette di capire subito che “l’incontro nell’altra vita” sarà una unione di tipo creativo, dinamica ed evolutiva, non di tipo statico.

    Sura LVII “Al-Hadid” (Il Ferro) 16-29

    Non è forse giunto, per i credenti, il momento in cui rendere umili i loro cuori nel ricordo di Allah e nella verità che è stata rivelata, e di differenziarsi da quelli che ricevettero la Scrittura in precedenza e che furono tollerati a lungo [da Allah]? I loro cuori si indurirono e molti di loro divennero perversi. Sappiate che Allah ravviva la terra morta! Invero vi abbiamo esplicitato i segni affinché riflettiate. Coloro che fanno la carità, uomini o donne, concedono un bel prestito ad Allah; lo riscuoteranno raddoppiato e avranno generoso compenso. Coloro che credono in Allah e nei Suoi Messaggeri, essi sono i veridici, i testimoni presso Allah: avranno la loro ricompensa e la loro luce. Coloro che invece non credono e tacciano di menzogna i Nostri segni, questi sono i compagni della Fornace. Sappiate che questa vita non è altro che gioco e svago, apparenza e reciproca iattanza, vana contesa di beni e progenie. [Essa è] come una pioggia: la vegetazione che suscita conforta i seminatori, poi appassisce, la vedi ingiallire e quindi diventa stoppia. Nell’altra vita c’è un severo castigo, ma anche perdono e compiacimento da parte di Allah. La vita terrena non è altro che godimento effimero. Affrettatevi al perdono del vostro Signore e al Giardino vasto come il cielo e la terra, preparato per coloro che credono in Allah e nei Suoi messaggeri. Questa è la grazia di Allah, che Egli dà a chi vuole. Allah possiede immensa grazia. Non sopravviene sventura né alla terra né a voi stessi, che già non sia scritta in un Libro prima ancora che [Noi] la produciamo; in verità ciò è facile per Allah. E ciò affinché non abbiate a disperarvi per quello che vi sfugge e non esultiate per ciò che vi è stato concesso. Allah non ama i superbi vanagloriosi [e] gli avari che impongono agli altri l’avarizia. Quanto a chi volge le spalle, [sappia che] Allah basta a Se stesso, è il Degno di lode. Invero inviammo i Nostri messaggeri con prove inequivocabili, e facemmo scendere con loro la Scrittura e la Bilancia, affinché gli uomini osservassero l’equità. Facemmo scendere il ferro [il Corano usa, relativamente al ferro,un verbo che significa "far scendere" e che traduciamo anche con "rivelare". È quindi interessante osservare che quando si è calcolato l'energia necessaria alla formazione di un atomo di ferro, si è scoperto che era indispensabile un'energia pari a quattro volte quella presente nel sistema solare. Gli scienziati ritengono, pertanto, che il ferro sia un elemento estraneo, venuto sulla Terra e non formatesi su di essa. – ndr], strumento terribile e utile per gli uomini, affinché Allah riconosca chi sostiene Lui e i Suoi messaggeri in ciò che è invisibile. Allah è forte, eccelso. Invero inviammo Noè e Abramo e concedemmo ai loro discendenti la profezia e la Scrittura. Alcuni di loro furono ben diretti, ma la maggior parte fu empia. Mandammo poi sulle loro orme i Nostri messaggeri e mandammo Gesù figlio di Maria, al quale demmo il Vangelo. Mettemmo nel cuore di coloro che lo seguirono dolcezza e compassione; il monachesimo, invece, lo istituirono da loro stessi, soltanto per ricercare il compiacimento di Allah. Non fummo Noi a prescriverlo. Ma non lo rispettarono come avrebbero dovuto. Demmo la loro ricompensa a quanti fra loro credettero, ma molti altri furono empi. O credenti, temete Allah e credete nel Suo Messaggero, affinché Allah vi dia due parti della Sua misericordia, vi conceda una luce nella quale camminerete e vi perdoni. Allah è perdonatore, misericordioso. La gente della Scrittura sappia che non ha alcun potere sulla Grazia di Allah. In verità la Grazia è nella mano di Allah ed Egli la concede a chi vuole. Allah possiede immensa Grazia.

    Questa parte del Corano per me è splendida, perché chiarisce molti concetti fondamentali. Per contro richiede una lunga meditazione, per comprenderne ogni aspetto. Globalmente il brano pone in rilievo i vari processi di separazione che si sono realizzati nel tempo rispetto a ciò che era stato rivelato, ma anche la netta separazione tra la vita terrena e la vita futura. Al di sopra di tutto c’è però la Grazia di Allah, che permette l’unione futura, perché Allah perdona ed è misericordioso.

    Shura XLII “Ash-Shûrâ” (La Consultazione ) 7-28

    In tal modo Ti abbiamo rivelato un Corano arabo, affinché tu ammonisca la Madre delle città e coloro che [le abitano] attorno, e affinché tu avverta del Giorno della Riunione [del Giudizio – ndr], sul quale non c’è dubbio alcuno: una parte [di loro] sarà nel Giardino, un’altra parte nella Fiamma. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto [degli uomini] un’unica comunità. Ma Egli lascia entrare chi vuole nella Sua misericordia. Gli ingiusti non avranno né patrono né alleato. Prenderanno forse patroni all’infuori di Lui? Allah, Egli è il solo patrono. Colui che ridà la vita ai morti, Egli è l’Onnipotente. Su tutte le vostre controversie, il giudizio [appartiene] ad Allah. Questi è Allah, il mio Signore: a lui mi affido e a Lui mi volgo pentito. È il Creatore dei cieli e della terra. Da voi stessi ha tratto le vostre spose, e [vi ha dato] il bestiame a coppie. Così vi moltiplica. Niente è simile a Lui. Egli è l’Audiente, Colui che tutto osserva. [Appartengono] a Lui le chiavi dei cieli e della terra. Elargisce generosamente a chi vuole e a chi vuole lesina. In verità Egli è onnisciente. [Egli] ha stabilito per voi, nella religione, la stessa via che aveva raccomandato a Noè, quella che riveliamo a Te, [o Muhammad,] e che imponemmo ad Abramo, a Mosè e a Gesù: “Assolvete al culto e non fatene motivo di divisione”. Ciò a cui li inviti è invero gravoso per gli associatori: Allah sceglie e avvicina a Sé chi vuole e a Sé guida chi Gli si rivolge [pentito]. Non si divisero, opponendosi gli uni agli altri, se non dopo che giunse loro la conoscenza [della Verità]. Se non fosse per una precedente Parola del tuo Signore, già sarebbe stato deciso tra loro. In verità coloro che ricevettero la Scrittura dopo di loro, sono immersi nel dubbio in proposito. Invitali dunque [alla fede], procedi con rettitudine come ti è stato ordinato e non seguire le loro passioni. Dì: “ Credo in tutta la Scrittura che Allah ha rivelato. Mi è stato ordinato di giudicare con equità tra voi. Allah è il nostro Signore e il vostro Signore. A noi le nostre azioni, a voi le vostre. Nessuna polemica tra noi e voi. Ci riunirà Allah e verso Lui è la meta [ultima]”. Coloro che polemizzano a proposito di Allah dopo che già è stato risposto al suo appello, hanno argomenti che non hanno alcun valore presso Allah. Su di loro [si abbatterà] la [Sua] collera e avranno un severo castigo. Allah è Colui che ha rivelato secondo verità il Libro e la Bilancia. Chi ti potrà rendere edotto [all’infuori di Allah – ndr]? Forse l’Ora è vicina. Vogliono affrettarne la venuta coloro che non credono in essa, mentre i credenti sono intimoriti, sapendo che è verità. Coloro che polemizzano sull’Ora sono in evidente errore. Allah è dolce con i Suoi servi e concede a chi vuole. Egli è il Forte, l’Eccelso. A chi avrà voluto arare [il campo del]l’altra vita, accresceremo la sua aratura, mentre a chi avrà voluto arare [il campo di] questa vita, concederemo una parte [dei frutti], ma non avrà parte alcuna dell’altra vita. Hanno forse associati che, a proposito della religione, abbiano stabilito per loro una via che Allah non ha consentito? Se non fosse stata presa la Decisione finale, già sarebbe stato giudicato tra loro! Gli ingiusti avranno doloroso castigo. Vedrai gli ingiusti impauriti di ciò che avranno meritato e che ricadrà su di loro. Coloro che credono e compiono il bene, saranno nei prati del Giardino e avranno tutto ciò che vorranno presso loro Signore. Questa è la grazia grande! Questa è la [buona] novella che Allah dà ai Suoi servi che credono e compiono il bene. Dì: “ Non vi chiedo alcuna ricompensa, oltre all’amore per i parenti”. A chi compie una buona azione, Noi daremo qualcosa di migliore. In verità Allah è perdonatore, riconoscente. Diranno invece: “Ha inventato menzogne contro Allah”. Se Allah volesse, sigillerebbe il tuo cuore. Con le Sue parole Allah cancella il falso e realizza la verità. Egli conosce quello che nascondono i petti. Egli è Colui che accoglie il pentimento dei Suoi servi, perdona i loro peccati e conosce quello che fate. Esaudisce coloro che credono e compiono il bene e li accresce della Sua grazia. I miscredenti avranno severo castigo. Se Allah avesse dato abbondanza di ricchezze ai Suoi servi, si sarebbero ribellati sulla terra. Elargisce invece ciò che vuole, con misura. Egli è ben informato sui Suoi servi e li osserva. Egli è Colui che fa scendere la pioggia, quando già se ne dispera; così diffonde la Sua misericordia. È il Patrono, il Degno di lode.


    Ulteriore brano del Corano a chiarimento del giudizio finale e di quella separazione. Da notare l’invito pressante a non aspettare quel momento, ma a realizzare una unione da subito, che questo brano prospetta come possibile. È la durezza dei cuori che impedisce questa unione, e quindi tutta la responsabilità di ciò che avviene ricade su di noi. La rivelazione, come in una Sura precedente, non è solo legata alle sacre scritture, al Libro, ma è collegata alla “Bilancia”, che ci è stata data. Questo concetto è molto importante, perché rimanda alle due facce di un’unica medaglia, senza nome, che sono “Amore” e “Giustizia”: due aspetti complementari di una unica realtà. Ma la Bilancia rimanda anche all’amore e giustizia che sono stati scritti, cioè rivelati, nel nostro cuore: questa “sapienza”, che noi percepiamo come innata perché ci è stata donata, può permettere l’unione in una situazione di perfetto equilibrio.

    Ho utilizzato brani estratti dai testi sacri delle religioni ebraica, cristiana e mussulmana perché come linguaggio sono più familiari alla nostra cultura, ma avrei potuto utilizzare testi del Bhagavad Gita o del Tao Tê Ching o di altre religioni che il risultato sarebbe stato sostanzialmente lo stesso.

    Concludendo queste riflessioni e tornando al tema della separazione, questa ci spaventa perché rimanda alla paura dell’abbandono. Nell’esperienza di ogni giorno la separazione comporta sempre un momento per noi vissuto come doloroso. Si arriva al paradosso che persino la separazione di un sequestrato dai suoi sequestratori, se il periodo di detenzione è stato abbastanza lungo, diviene dolorosa. Invece la separazione è il viatico per ritrovare noi stessi. Se il rapporto con gli altri ci è estremamente utile per scoprire le nostre debolezze e i nostri limiti, è solo la separazione e l’ascolto interiore che ci può permettere di scoprire le nostre dimensioni globali. Purtroppo le nostre esperienze pratiche e i limiti della razionalità ci portano a sbagliare i riferimenti, mentre le dimensioni vanno ben al di la di come percepiamo questo spazio – tempo. Senza dover parlare di altre dimensioni o di altri universi, ma restando in questo mondo, la fisica teorica, e in particolare quella quantistica, ci ha dimostrato come quando si parli di “materia” particolare, sia essa particelle o galassie, le leggi classiche della fisica, che corrispondono alle percezioni dei nostri sensi, falliscono, perché queste materie obbediscono ad altre leggi. Quindi quando parliamo di un corpo speciale, com’è l’anima essendo di tipo plasmatico, non possiamo ragionare secondo la logica comune, ma dobbiamo contemplare una definizione diversa sia dello spazio che del tempo, e di conseguenza una diversa visione della velocità.

    Così l’anima, come le particelle, si può spostare alla velocità della luce, può propagare le sue informazioni istantaneamente, oltre ogni velocità, può vivere in più mondi paralleli, può coesistere in momenti temporali diversi, cioè convivere epoche diverse della storia sia passata che futura, soprattutto resta nell’uno, cioè i suoi eventi dipendono da tutti gli altri eventi che accadono. In questo contesto, difficile da capire ma splendido da vivere una volta che ci si abbandoni alle proprie percezioni senza il “velo” della nostra mente, si può capire come dopo ogni separazione c’è sempre una unione, perché l’unione c’è di fatto, e a noi resta solo di riuscire a percepirla e portarla a consapevolezza.

    Non dobbiamo fare nulla perché le cose vadano per il verso giusto, il nostro problema e la nostra opportunità si chiamano “consapevolezza”. Questa è la consapevolezza dell’essere, che sostituisce quella passata del fare.

    Lo stesso concetto tradizionale di dualità non trova spazio nella dimensione della fisica quantistica, e prende due nuovi significati, guarda caso proprio legati al concetto di unione, legati alla parola “dualismo”.

    Il primo è legato al dualismo onda – particella, secondo il principio di complementarietà, che mostra la duplice natura di ogni particella elementare. Questa duplice natura è una unione, quindi inscindibile, anche se la manifestazione della particella dipende da come la si osserva: in certi esperimenti si misura un pezzo di materia, in altri un campo ondulatorio. Da notare che Eintein non credette a questa visione, e la contrastò in ogni modo, ma la fisica quantistica di Max Planck e le successive prove di laboratorio dimostrarono la veridicità del fenomeno e si poté così arrivare anche a delle spiegazioni teoriche, a partire dal principio d’indeterminazione di Heisenberg.

    Il secondo dualismo che porta al concetto d’unione è quello che lega due particelle tra loro, a prescindere dalla loro origine. Se due particelle hanno interagito, e poi proseguono il loro moto in modo apparentemente indipendente, qualora una delle due venga perturbata in qualche modo, ad esempio deviata, la seconda istantaneamente risponde allo stesso modo, come se anch’essa avesse ricevuto la stessa perturbazione, anche se ciò è impossibile nel nostro spazio – tempo. È come se le due particelle potessero comunicare tra loro istantaneamente, e trasferirsi reciprocamente l’informazione sugli eventi che a loro capitano. Chiaramente le due particelle sono separate, ma proprio la separazione dopo l’interazione permette l’unione che da luogo a questo fenomeno.

    La mia esperienza mi dice che l’anima si comporta allo stesso modo, e le conseguenze sono molteplici, a partire dal fatto che ogni anima, avendo interagito in tante vite con milioni di altre anime, resta a tutte queste collegata, e siccome noi possiamo percepire la nostra anima, possiamo anche avere ricordi di vite non nostre, oppure evitarci errori utilizzando le esperienze di altri. Non voglio mettere in discussione il libero arbitrio, ma solo le percezioni dei nostri sensi tradizionali: la realtà in cui siamo immersi va ben oltre ciò che tocchiamo o vediamo.

    La realtà terrena è fatta dall’unione di molti elementi “immateriali”, il cui peso è maggiore rispetto a quelli materiali, tenendo presente che entrambi sono manifesti, seppur in modo differente.

    Si tratta quindi di cogliere tutte le dimensioni attraverso dei “sensi” diversi, attraverso le percezioni, le ricerche interiori, ma anche l’evidenza dei fatti, visto che questa è la Vita. E poi portare tutto questo a consapevolezza, nonostante che la nostra testa a volte si possa ribellare o vivere tutto questo come un enorme paradosso. Chi si occupa di fisica quantistica sa bene che ogni ulteriore scoperta, validata sperimentalmente, è spesso un nuovo paradosso, prima da capire e poi da spiegare.

    Anche il “Giudizio” finale, uscendo dalla logica delle contrapposizioni ed entrando in quella della Grazia che tutto unisce, seppure comporti una separazione, diventa qualche cosa di molto diverso da quell’immagine cruda e terrificante più volta propostaci. E forse anche questo evento, essendo legato ad un passaggio di stato dei nostri corpi che però si rende possibile solo avendo raggiunto un certo stato delle nostre anime, andrebbe in parte collocato fuori dallo spazio – tempo della fisica classica, almeno per ciò che concerne l’anima e lo spirito, risultando così simultaneo per tutta l’umanità, a livello dell’anima, seppur distribuito nel tempo, a livello dei corpi.

    Porcia, 19 marzo 2012
    Articolo postato grazie a Sua gentile concessione
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    MessaggioTitolo: Re: Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate   

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    Aritmetica del dualismo e Unione e Separazione nel dualismo - di Gian Piero Abbate
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