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     Intervista ad uno gnostico contemporaneo: Henk Leene

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    MessaggioTitolo: Intervista ad uno gnostico contemporaneo: Henk Leene   Mer Lug 30, 2014 3:54 pm


    Intervista ad uno gnostico contemporaneo: Henk Leene

    17 ottobre 2011 di associazioneperankh


    Henk Leene è uno gnostico del nostro tempo, figlio biologico e spirituale di Jan Leene, noto con il nome di Jan van Rijckenborgh, fondatore del Lectorium Rosicrucianum, la scuola internazionale della Rosacroce d’Oro. Lo abbiamo incontrato nella sua abitazione ad Oze, un paesino francese nell’Alta Provenza, a poche ore di distanza dall’Italia.

    Ma procediamo con ordine. Da circa tre anni siamo entrati in contatto con una delle scuole sorte intorno all’insegnamento gnostico, il Lectorium Rosicrucianum appunto, che abbiamo frequentato assiduamente per comprenderne i principi ma, ancor di più, per osservare come gli stessi venissero messi in pratica. Grazie a questa esperienza abbiamo conosciuto alcune persone dalle caratteristiche assai rare, sorprendenti per l’onestà interiore e lo spirito di condivisione.

    Tuttavia, una sete di ricerca ancora inappagata ed alcune dissonanze riscontrate nel come vedevamo strutturare l’insegnamento dall’organizzazione in generale, ci hanno spinto ad avventurarci in un “viaggio” di risalita verso la sorgente più vicina possibile alla fonte originaria di questa scuola, per cercare di farci chiarezza in merito al fatto di come un insegnamento possa effettivamente evolversi o meno a partire dalle radici poste dai suoi iniziali portavoce.

    La ricerca non è stata così semplice. Infatti, mentre in alcuni paesi d’Europa il Lectorium Rosicrucianum è una realtà molto nota e vi si possono trovare molte testimonianze e fonti storiche in merito alla sua nascita e al suo sviluppo – nel bene e nel male –, in Italia tale organizzazione è ancora poco conosciuta. Per questa ragione le pochissime informazioni sulle sue origini, sulla sua evoluzione e sui suoi maestri fondatori, sono offerte esclusivamente dai componenti dell’organizzazione stessa e, dunque, per molti versi inevitabilmente e comprensibilmente di parte.

    La nostra indagine si è così orientata verso l’Olanda, la Francia e la Germania, e proprio da questi paesi sono emersi i più seri e dettagliati riscontri, attraverso testimonianze personali (soggettive) ed informazioni storiche accertate da più fonti (oggettive). Un documento di sicuro interesse – redatto in lingua tedesca e regolarmente aggiornato – si può scaricare gratuitamente su http://www.scribd.com/doc/200215/Lectorium-Rosicrucianum-Dossier-Rev-4.

    Il nostro reale interesse non era però quello di giungere ad un’inconfutabile verità storica, che da un punto di vista spirituale (= conoscenza di sé) potrebbe rivelarsi sterile tanto quanto una sana invenzione, ma quello di partire dagli avvenimenti originari per indagare il significato dell’insegnamento che ha dato vita alla scuola internazionale della Rosacroce d’Oro.

    Il primo elemento importante emerso da questa ricerca è stato che il fondatore del Lectorium Rosicrucianum avesse designato ufficialmente, non molto tempo prima di morire, suo figlio Henk Leene come successore diretto ed indiscutibile, adducendo inoltre questa scelta ad un’espressa volontà della Fraternità Universale cui asseriva di essere in contatto.

    Nel 1969 però, pochi mesi dopo la morte del padre, alcuni storici membri della scuola accusarono Henk di operare con forze occulte, conducendolo dunque a dare le sue dimissioni dall’organizzazione. Lui proseguì comunque il suo lavoro altrove, indisturbato, sviluppando e aggiornando a suo dire l’insegnamento del padre in relazione ai tempi, e supervisionando molti piccoli gruppi di ricerca in Olanda, Svezia, Germania e Francia.

    Siamo così andati ad incontrare Henk, rimanendo suoi ospiti per due giorni. Oggi ha 87 anni, ma la sua lucidità non sembra risentire minimamente del tempo. Vive immerso in un contesto paesaggistico meraviglioso, dove la natura montana sembra incontrare quella marina amalgamandosi in un armonioso insieme di diverse specie animali e vegetali.

    Per molti anni Henk ha abitato in questo luogo in compagnia della moglie, Mia, con la quale ha condiviso la passione (e la missione) del cammino gnostico, lavorando ad una ricca serie di pubblicazioni, alcune delle quali presenti sul sito http://henkenmialeene.org/.

    La moglie ha lasciato questo mondo circa 14 anni fa, ed ora Henk vive in compagnia della famiglia del figlio Arnaud, che si è trasferita in questa surreale località provenzale dando inoltre vita ad una sorta di bed & breakfast, grazie al quale qualsiasi visitatore può trovare ospitalità e scegliere tra diverse soluzioni abitative nei pressi della casa principale in cui attualmente abitano i Leene (nella foto dell’articolo si può vedere il cartello indicatore all’ingresso della proprietà, che può essere tra l’altro visionata sul sito http://www.sivas.com/).

    Non sarà certamente possibile per noi presentare in questo articolo esaustivamente ed approfonditamente tutto quanto è emerso durante le due giornate, ma proveremo a mettere in risalto i principali punti intorno ai quali si è articolata una sorta di intervista/confronto.

    Henk Leene è una persona di poche parole, e l’accoglienza che ci riserva è molto semplice e calorosa, rendendo subito chiara la sua disponibilità ad affrontare e a confrontarsi su qualsiasi sfera esistenziale. La nostra lieve preoccupazione di potergli recare disturbo, data anche la sua età avanzata, si dissolve nell’arco di pochi minuti, quando esprime apertamente che non potrebbe mai essere disturbato nell’affrontare argomenti che sono letteralmente la sua vita.

    “Qui, non ci sono segreti”, dice mostrando i palmi delle mani subito dopo averci fatto accomodare.

    Poche parole che simboleggiano immediatamente il suo essere al di sopra del classico modus operandi di chi spesso si occupa di “spiritualità”, sovente circondando di mistero il proprio insegnamento e rimandando sempre nel futuro e a livelli gerarchici più profondi il disvelamento dei suoi segreti, esattamente come la carota legata sulla punta di un bastone e posta di fronte all’asino per spronarlo a perseguire il percorso.

    La prima domanda che gli rivolgiamo riguarda le più evidenti degenerazioni che ha visto compiersi rispetto all’insegnamento originario tramandato da suo padre fino a quello proposto attualmente dall’organizzazione ufficiale costruita intorno ad esso (da considerare che, per quanto abbiamo compreso, i suoi elementi di paragone derivano da testimonianze di allievi ed ex-allievi del Lectorium che nel tempo si sono recati – e si recano ancora oggi – a trovarlo).

    “Freiheit” ci risponde, ossia “libertà”.

    Secondo il suo punto di vista, la libertà è il principio cardine sul quale deve basarsi un reale lavoro interiore, innanzi tutto personale e solo di conseguenza di gruppo. Inoltre, il livello di coscienza (= grado di libertà) non può misurarsi con l’assegnazione di gradi gerarchici, che anzi rischiano di illudere l’individuo sul fatto che ad essi possa corrispondere chissà quale tipo di consapevolezza.

    “Un conto è parlare di libertà, un altro conto è essere liberi”, aggiunge. Mentre per il primo punto si può divenire estremamente sofisticati e abili, per il secondo punto la questione si fa molto più delicata.

    Secondo Henk, così come per suo padre, per raggiungere la libertà occorre infatti legarsi alla Fraternità (o Fratellanza), un concetto che rischia di essere però fortemente frainteso. La Fratellanza non è in alcun modo legata ad un particolare gruppo, scuola o religione. Il contatto con la Fraternità, come per la Verità, non deve essere ricercato negli altri o per mezzo di altri, ma solo ed esclusivamente in se stessi. È qualcosa che ci parla dentro: “In questo momento, ora che siamo riuniti a parlare di queste cose, la Gnosi è qui. Ma la Gnosi può parlare ad ognuno di noi, indipendentemente da dove ci troviamo”. Tale stato di coscienza può essere raggiunto da un allievo di una scuola tanto quanto da colui che non aderisce formalmente a nessuna ideologia spirituale.

    Noi sottolineiamo che abbiamo spesso riscontrato in molti insegnamenti di ordini e scuole iniziatiche il fatto che non sia possibile procedere nel cammino slegati dal gruppo o dall’organizzazione di riferimento (dove ovviamente la protagonista del momento si ritiene sempre la prediletta dal divino). Lui però rimarca con forza: “Il Cammino non solo può essere fatto da soli: deve esserlo”, senza con questo escludere il valore di una ricerca condivisa con altre persone.

    Un gruppo, per essere realmente vivificante ed utile ad un percorso, deve poter garantire al suo interno la massima libertà: i suoi componenti devono essere liberi e sentirsi liberi e, allo stesso tempo, lasciare liberi gli altri. Ma questo tipo di libertà non è un qualcosa che si può creare con delle precise regole di condotta. Vi possono essere infatti molteplici modi per influenzare le altre persone, e molto spesso anche inconsapevoli per chi li mette in atto. Il solo fatto di sentirsi parte di un’élite spirituale al di sopra delle altre o di sentirsi investito formalmente di un certo grado di coscienza, è un veleno sottile che corrode lentamente se stessi e coloro da cui si ottiene consenso.

    A tal proposito Henk cita il motto nazionale della repubblica francese: “libertà, uguaglianza, fratellanza”. La fratellanza, e quindi il legame con altre persone, non si trova al primo posto ma al terzo. Allo stesso modo la garanzia della libertà deve essere sempre messa all’apice del lavoro, altrimenti il coraggio necessario per intraprendere un cammino spirituale si può trasformare in fanatismo. Ecco che una struttura gerarchica (= diseguaglianza) diviene un forte ostacolo per una pura spiritualità.

    Il cercatore spirituale, in un certo senso, è come un artista: il prodotto della sua intuizione non è qualcosa che gli altri possono giudicare, perché riguarda esclusivamente la sua interiorità. Per questo, raccomanda Henk, “uno gnostico non deve sfibrarsi nella ricerca di qualcosa di esterno a sé: ha già tutto dentro”.

    Per sottolineare maggiormente il concetto, Henk collega quanto detto al simbolo del serpente, simbolo di libertà e sapienza, contrariamente a quanto si è portati a pensare. Il serpente non rappresenta in realtà nessun tipo di schiavitù, ecco perché alcune religioni lo hanno demonizzato per paura (interpretando superficialmente lo scritto biblico) mentre altre lo hanno posto su un piano regale (come la tradizione egizia che lo situava in fronte alle corone degli iniziati).

    Il tipo di libertà che sembra indicare Henk, così come la sua profonda presenza, ci ricorda il messaggio e la figura di Krishnamurti. Non possiamo esimerci dal chiedergli cosa ne pensa in proposito.

    “Si, è uguale”, risponde sinteticamente riferendosi al tipo di insegnamento. A questo punto una persona tra noi commenta che il cammino proposto da Krishnamurti, per quanto colpisca interiormente nel segno, provoca un certo timore per il senso di solitudine che ne consegue, mentre l’appoggio ad una scuola o ad un’organizzazione spirituale può donare la sensazione di non sentirsi isolati.

    “Ma voi non siete soli”, risponde senza indugi. “Hai appena citato Krishnamurti, tu sei con lui. Ogni insegnamento, quando vissuto appieno porta alla luce una certa vibrazione, che è l’insegnamento stesso. Viverlo, in ogni istante, significa procedere di pari passo con lui, dunque non si è soli. E poi qui siete in cinque: un piccolo gruppo, e solo dai piccoli gruppi possono nascere grandi cose”.

    Nel sentirlo fare dei riferimenti a Krishnamurti, ci ricordiamo di ciò che suo padre Jan van  Rijckenborgh scrisse dopo averlo incontrato in Olanda a Summer School nel 1933: “La filosofia dei Rosacroce è confermata nell’Insegnamento di Krishnamurti. Il suo metodo di liberazione è senza dubbio differente e per questo si rivolge a persone differenti da quelle che noi vogliamo contattare in questo momento. Ma noi crediamo che nel futuro entrambi gli sviluppi potranno legarsi ed unirsi [traduzione nostra, tratta da http://www.lectoriumrosicrucianum.org/]”. Indubbiamente – perlomeno secondo la nostra impressione – Henk Leene sembra aver realizzato in se stesso la previsione di suo padre.

    Come abbiamo già anticipato, pochi mesi dopo la morte di Rijckenborgh (avvenuta nel 1968) venne improvvisamente mossa verso Henk una fumosa e non specificata accusa di occultismo davanti a tutti gli allievi di quel periodo. Con grande dignità, testimoniata non solo dal suo attuale racconto ma anche da alcune lettere dell’epoca, Henk si ritirò dal Lectorium Rosicrucianum per continuare il suo lavoro altrove, così come suo padre gli predette prima di morire. Circa duecento allievi lo seguirono nella sua scelta, e molti altri si unirono al suo insegnamento nel corso degli anni a venire. Ad oggi non si contano le persone e i piccoli gruppi sparsi in Europa che hanno tratto ispirazione dal suo lavoro, pur sotto nomi ed organizzazioni differenti tra loro.

    Cerchiamo allora di capire il suo pensiero in merito all’accusa di occultismo.

    “Ma che cos’è l’occultismo?”, ha subito contro-domandato senza però attendere risposta. “Mio padre diede molti insegnamenti mosso dall’intuizione interiore: ma veniva forse considerato occultista quando era in vita?”. Da un simile punto di vista si potrebbe infatti ipotizzare che anche Gesù Cristo fosse un occultista!

    Attraverso alcune riflessioni, Henk ci fa comprendere come sia in realtà molto facile utilizzare delle parole per demonizzare le persone considerate scomode (a torto o a ragione). A ben vedere, in effetti, ancora oggi vi sono termini generici che vengono utilizzati con estrema leggerezza per classificare con accezione negativa coloro che non condividono le nostre idee: eretici, pazzi, comunisti, capitalisti, ecc.

    La parola occulto può voler dire tutto o niente, di per se stessa non ha significato. Qualsiasi pura intuizione potrebbe venire interpretata dall’esterno come traente origine da forze occulte (= forze egoiche di elevata intensità camuffate abilmente da caratteristiche divine), così come qualsiasi degenerazione dello spirito potrebbe essere letta come rivelazione divina. Non potranno mai esistere giudici esterni da noi stessi nel cammino gnostico.

    Tra i tanti aneddoti che Henk ci ha raccontato in relazione alla vita privata e pubblica di suo padre, uno in particolar modo risuona simpaticamente adeguato per delineare la delicata linea di demarcazione tra il concetto di occulto e intuizione. Durante la seconda guerra mondiale Rijckenborgh ebbe modo di lavorare e meditare a lungo sull’astrologia, tanto che quando riprese a tenere delle serate pubbliche sull’argomento, molte persone gli chiesero se era completamente ubriaco per le sue nuove teorie, e lui rispose loro: “mi spiace signori ma sono astemio, però da un certo punto di vista avete ragione, sono ubriaco di idee…”.

    Quello che Henk vuole sottolineare è che ciò che conta “è ricercare la presenza in se stessi, essere presenti in se stessi, fare e coltivare le cose con il più ampio grado di coscienza che si ha raggiunto fino a quel momento, vivendolo intensamente con onestà e senza menzogna. In questo non c’è male né bene: ciò che noi siamo, semplicemente, è. Non importa nient’altro. L’importante è non cristallizzarsi mai in alcuna posizione, ed essere sempre pronti ad accogliere uno stato di coscienza più ampio”.

    Dopo una breve pausa, ci siamo addentrati nel vivo dell’attuale organizzazione del Lectorium e di coloro che vengono tutt’ora considerati nella memoria come grandi maestri, oltre ai fondatori Jan van Rijckenborgh e suo fratello Wilhelm Leene, ossia Catharose de Petri e Antonin Gadal. Anche in questo caso la sua esperienza diretta si rivela piuttosto diversa (molto più umana e meno idealizzata) dalla storia conosciuta e raccontata all’interno dell’organizzazione, confermando le diverse testimonianze che si possono rintracciare in altri canali (ad esempio il dossier citato all’inizio dell’articolo). Non volendo dilungarci troppo in questa direzione, rimaniamo comunque disponibili per qualsiasi approfondimento o confronto ci venga richiesto.

    Henk afferma di essersi sempre stupito del fatto che all’interno del Lectorium non si parli quasi mai di lui; non certo perché la cosa lo gratificherebbe, ma trova curioso il fatto che una scuola che si dichiara depositaria dell’insegnamento di suo padre, ne disconosca proprio l’ufficiale successore. Dobbiamo riconoscere che il suo tono non suona per nulla polemico, ma sembra più che altro evidenziare ancora una volta come le debolezze e i limiti delle personalità umane possano nascondersi dietro a buone intenzioni o moventi spirituali, per cui è importante non abbandonarsi mai fideisticamente e ciecamente a qualcosa di esterno a noi.

    Proprio a tal proposito ci sottopone alcune sue riflessioni, la prima delle quali riprende nuovamente il concetto di libertà: “chi non lavora per la libertà, non sta lavorando”. Henk ricorda come proprio suo padre soleva spesso ripetere che è necessario rimanere sempre aperti al cambiamento, anche laddove esso possa apparire non conforme alle proprie aspettative, ma mette in discussione il fatto che tale cambiamento sia stato accolto dalla scuola dopo la morte del fondatore. Questo punto potrebbe essere per molti aspetti un coraggioso e costruttivo spunto di riflessione, al di là del fatto che si tratti di una sua opinione ed esperienza personale.

    A suo avviso la cosa veramente importante per ogni insegnamento è che quanto appreso non sedimenti mai, ma che vada avanti, che rimanga vivo. “Se di fronte a qualcosa che abbiamo imparato ce ne stiamo zitti, non cerchiamo di viverlo e di trasmetterlo, ecco che partecipiamo alla sua cristallizzazione ed evitiamo che esso possa diffondersi e partecipare a nuove esperienze e cambiamenti”. La conoscenza deve dischiudersi dall’interno ed essere portata fuori; deve aprire le porte a nuove conoscenze ancora, mai chiuderle. L’unico silenzio vivificante è quello necessario per comprendere, per penetrare nell’insegnamento stesso, ma poi è necessario portarlo fuori, condividerlo. Questo è il vero senso del servizio

    Ed ecco che decidiamo di entrare nel vivo di un concetto fondamentale per molte dottrine spirituali: la trasfigurazione. Come potevamo immaginare, Henk cerca innanzitutto di restituire chiarezza e semplicità là dove si sono costruite nel tempo complesse supposizioni ed idealizzazioni. La trasfigurazione è uno stato che si manifesta attimo dopo attimo se si lascia fluire il cambiamento di cui si parlava prima. Non significa “ricevere improvvisamente un nuovo corpo e una nuova coscienza, ma permettere alla propria coscienza di ampliarsi; e questo ampliamento può avvenire anche leggendo un libro che risuona particolarmente, oppure mentre si ascolta una persona”. Insomma, non vi sono limiti.

    “La porta che viene aperta ad una nuova comprensione che, di fatto, cambia il nostro modo di vedere e di vivere quella cosa, è la trasfigurazione”. Ciò può essere sperimentato da chiunque e in qualsiasi momento, non ha senso aspettarla in un lontano futuro. In ogni attimo e situazione è infatti possibile trasfigurarsi, ma affinché questa possibilità avvenga occorre essere “aperti”, e mettere da parte ogni sorta di pregiudizio. Se si decide di rimanere aperti, bisogna essere pronti anche all’inaspettato, perché nulla è sicuro. “Dietro l’inaspettato si nasconde l’ampliamento di coscienza, la vera trasfigurazione”.

    Quando questa modalità di approccio alla vita si estende ad ogni nostro comportamento e pensiero, divenendo a tutti gli effetti il nostro spontaneo modus operandi in ogni campo dell’esistenza,  si può parlare del raggiungimento di una completa trasfigurazione. Questa visione sembra coincidere perfettamente con l’idea di rivoluzione interiore di cui soleva parlare spesso Krishnamurti.

    Henk sottolinea nuovamente che il vero ricercatore è un artista. L’arte non si può studiare, non si può esprimere a parole, si può solo vivere, sentire. “L’arte non è un concetto, è una vibrazione”.

    Secondo il suo pensiero e il pensiero di suo padre prima di lui, occorre comunque stare attenti a non demonizzare le organizzazioni spirituali, ma nemmeno idealizzarle. Nel processo di un lavoro spirituale interiore, la religione, le scuole, i gruppi e le tradizioni, possono essere importanti all’inizio. “Anche i bambini vanno a scuola da piccoli: devono imparare a leggere, a scrivere, ad utilizzare i numeri. Nello stesso modo il cercatore spirituale ha inizialmente bisogno di sostegno, deve essere indirizzato nel lavoro interiore. Ma quando sarà maturo, quando sentirà che altro dentro di sé lo chiama, quando sentirà che è giunto il momento, in qualsiasi fase egli si trovi, dovrà essere in grado di distaccarsene, altrimenti la sua scuola si trasformerà nella sua prigione senza che se ne accorga”.

    Ci viene allora in mente un brano tratto dall’ultimo scritto di Isha Schwaller de Lubicz:  “Il segno dell’Acquario, del quale iniziamo a sentire l’influenza, incita irresistibilmente all’individualismo. Anche i popoli e le razze subiscono il contraccolpo di tale incitazione, che si esprime attraverso un’improvvisa volontà di indipendenza. E sebbene l’istinto gregario della massa continua a raggruppare gli uomini in partiti – politici, sociali o religiosi – si sviluppa un senso critico tra l’individuo come una rivolta istintiva contro le dottrine prescritte. Questo nuovo orientamento – che la massa subisce come una corrente di opposizione a dei concetti superati – viene sentita dagli esseri più coscienti come una necessità imperiosa di prendersi le proprie responsabilità personali nella scelta della loro direzione e delle loro esperienze [traduzione nostra, tratta dal libro “La Lumiére du Chemin”]”. Scopriamo infatti di condividere con Henk lo stesso interesse non solo per l’insegnamento di Krishnamurti ma anche per quello della coppia René e Isha Schwaller de Lubicz.

    Dopo alcuni attimi di silenziosa riflessione, gli chiediamo da cosa dipende il suo interessamento per Shiva (da cui prende il nome la tenuta Leene, ossia “La Maison de Sivas”, ed alcuni suoi scritti gnostici come “La dance de Siva”). Henk ci risponde che “Shiva è il movimento eterno: un punto di vista dietro un altro punto di vista”. Il nome di Shiva è antichissimo, tanto che in altre popolazioni oltre quella indiana se ne ritrovano tracce. Shiva è la non cristallizzazione, in altre parole, proprio la trasfigurazione.

    Gli chiediamo infine se ha un consiglio da dare ai cercatori del nostro tempo, e lui prontamente risponde nel suo consueto stile sintetico: “Freiheit, libertè”. Conclude poi con una raccomandazione: “la verità è annebbiata, bisogna passare attraverso e al di là della nebbia per vederla. In tutto questo, la curiosità è essenziale”.

    Un altro argomento che ci sarebbe piaciuto sviscerare con lui è quello delle piante officinali e delle terapie naturali. Henk – sia per il luogo in cui vive che per i suoi discorsi – ci ha dato l’impressione di amare molto la natura. Durante l’intervista ci ha fatto più volte osservare come ogni cosa in natura ha la sua collocazione, e che la conoscenza delle piante e del loro potenziale curativo è qualcosa che purtroppo si sta lentamente perdendo. Forse, potrà essere l’occasione per un altro incontro…

    In conclusione, la verità rimane – come le note parole di Krishnamurti – una terra senza sentieri.  Nonostante si siano messi in luce diversi aspetti non proprio luminosi, possiamo forse giudicare la scuola Lectorium Rosicrucianum che, malgrado tutto, tenta di portare avanti un cammino dignitoso per l’essere umano? Certamente no. Possiamo forse affermare con certezza che le cose sarebbero andate meglio nella scuola se Henk non si fosse allontanato dopo l’accusa di occultismo? Anche questo no. E ancora, possiamo forse illuderci dell’esistenza di una scuola perfetta o di un maestro perfetto in grado di indicarci in modo infallibile il Cammino che la vita ha riservato solo ed esclusivamente per noi? Nemmeno questo.

    Una cosa tuttavia speriamo di averla imparata: valutare le cose attraverso i fatti si rivela ancora una volta un dono di inestimabile forza e valore, di gran lunga superiore ad ogni sorta di supposizione e deduzione (spesso basata sul sentito dire o su comode idealizzazioni). Henk ha dedicato la sua vita alla ricerca interiore senza farsi abbattere o demotivare dagli avvenimenti; ancora oggi non chiede di essere riconosciuto come alcunché, e il suo unico consiglio è quello di perseverare nella ricerca della libertà e della verità, che tutti possono trovare. Ad 87 anni, si riesce ancora a percepire nel suo cuore una fiamma ardente.

    Inoltre, è una persona genuina, dalla chiara e profonda umanità. La forza della sua presenza non è affatto descrivibile, e la forza delle sue parole – così chiare e vicine da sentirle risuonare direttamente dentro di sé – non possono essere messe a paragone di nessun sermone o discorso filosofico, per quanto affascinante possa essere.

    Certamente, Henk Leene esprime una profondità d’animo ed una naturalezza davvero rare. E non ha avuto bisogno di nessun titolo altisonante riconosciuto per parlare con noi: lo ha fatto e basta, in tutta semplicità, senza paura di mettersi in discussione e senza mai nascondersi dietro enigmatici concetti esoterici.

    A chiunque si chieda ora se Henk Leene sia realmente riuscito ad entrare in contatto con la Gnosi dentro si sé, noi rispondiamo che nessuno lo potrà mai sapere e che probabilmente il saperlo non aggiungerebbe né toglierebbe nulla a nessuno di noi; lui stesso non ci è sembrato minimamente interessato a far intendere una cosa piuttosto che l’altra. D’altronde, si dice che un vero Rosacroce non affermerebbe mai di essere un Rosacroce, dunque ogni domanda in tale direzione sarebbe stata vana…


    Tratto da :associazioneperankh
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